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Giordano Brunettin, Gilberto Dell'Oste
Fonti medioevali della Chiesa di Aquileia.
Trascrizione delle pergamene del fondo capitolare (16 voll., sec. IX - XVIII).

 
Introduzione

1. L'Archivio della Curia Arcivescovile di Udine conserva, tra i molti suoi fondi, anche una serie collettanea di pergamene che la tradizione ha inteso chiamare "Pergamene Capitolari", riferendola al Capitolo di Aquileia. In realtà queste pergamene, distribuite in diciassette volumi, afferiscono a diversi enti. Il più eminente fra essi è certamente il Capitolo di Aquileia, tuttavia le note vicende storiche della soppressione del Patriarcato e dell’istituzione dell' Arcidiocesi di Udine per la parte veneta hanno condotto il suo archivio a confluire nell'archivio del Capitolo di Udine, che perciò è il secondo ente per importanza nelle vicende di questo materiale documentario, nonché il destinatario finale del fondo. Al suo interno si trovano però altri nuclei di archivi appartenuti ad altri enti le cui vicende si sono intrecciate con quelle dei due enti maggiori: per fare due esempi, da un lato il monastero di S. Martino della Beligna con l'archivio del Capitolo di Aquileia, dall'altro lato la confraternita dei mercanti di Udine con il Capitolo di S. Maria maggiore di Udine.
Il materiale in origine era stato rilegato in diciassette volumi, seguendo i criteri di conservazione in voga nel passato; soltanto di recente le pergamene sono state sciolte dai volumi e quindi restaurate per essere collocate in apposite cassettiere, attenendosi all'ordine originariamente dato loro nei volumi. Dal punto di vista archivistico e conservativo le pergamene giacciono in buone condizioni di conservazione, tuttavia la loro fruibilità è limitata dall'assenza di edizioni critiche, dalla rudimentalità degli strumenti di consultazione - basti pensare che soltanto nove dei diciassette volumi sono numerati, inventariati e molto sommariamente regestati - e in generale dalla scarsità di recenti pubblicazioni specifiche. Infatti, a parte il lavoro di Cesare Scalon, che ha un intento prettamente diplomatistico, il lavoro di Cristina Moro è incentrato sulle pergamene dell'Archivio del Capitolo di Udine.
Come già auspicato da Cesare Scalon, l'Istituto "Pio Paschini" ha proceduto ora a predisporre una trascrizione del corpus pergamenaceo al fine di rendere accessibile il fondo documentario e, in prospettiva, di esperire il riordino filologico dell'intero fondo pergamenaceo capitolare.
Le trascrizioni che sono state effettuate riguardano le pergamene del volume "I bis", riordinato da Giuseppe Vale, contenente settantatré pergamene dall'anno 853 al 1334. È stato stabilito tuttavia che le trascrizioni decorressero dal XIII secolo (pergamena n. 5 del 10 dicembre 1213), in quanto le poche pergamene dei secoli precedenti sono già state fatte ampiamente oggetto di studi e pubblicazioni, e tuttora è molto vivace il dibattito diplomatistico attorno all'autenticità di alcune di esse. In base a questo criterio non vi sarà pertanto alcuna sistematica iniziativa di trascrizione delle pergamene del volume I (803-1200).
La numerazione delle pergamene nell’edizione ha seguito, per ovvie ragioni di consultabilità, quella apposta originariamente, con l’avvertenza di distinguere gli atti contenuti in un’unica pergamena, ma afferenti a diverse fasi del negozio giuridico, spesso perfezionate in date e luoghi differenti.

2. I criteri editoriali addottati sono sostanzialmente quelli del Progetto di norme per l'edizione delle fonti documentarie del "Bullettino dell'Istituto Storico per il Medio Evo e Archivio Muratoriano" e quelli della collana "Fonti per la storia della chiesa in Friuli" dell'Istituto "Pio Paschini", con alcune integrazioni:
a. si è adottato il carattere maiuscoletto per i nomi in scrittura capitale e i numerali;
b. le parentesi tonde indicano gli scioglimenti incerti o dubbi, mentre le parentesi quadre indicano le integrazioni del testo corrotto o lacunoso mediante lampade di Wood o con l'uso del formulario consueto; in alcuni casi le parentesi quadre sono state usate per le integrazioni di parole omesse dal notaio ma presenti nel formulario o indispensabili per la comprensione del costrutto del testo.
È necessario precisare che questa non vuole essere un'edizione critica commentata, ma un semplice strumento che permetta a tutti di accedere a questo importante patrimonio documentario. E proprio al fine di un’ulteriore agevolazione degli studiosi si forniscono alcuni indici di consultazione, ripartiti per regesti con indicazione degli enti originariamente detentori del documento, per rogatari, per antroponimi, per toponimi e, infine, per parole e cose notevoli.
Dato lo stato attuale di ricognizione dell’intero corpus pergamenaceo, a volte accade di non poter ricondurre immediatamente il documento all’ente che in origine ne era destinatario e quindi lo conservava nel proprio archivio. È il caso prevalentemente di atti tra privati, dei quali si conosce soltanto l’ente finale cui è pervenuta la pergamena - e quindi i diritti in essa negoziati -, facendo essi probabilmente parte dei munimina che accompagnavano il bene oggetto di successivi negozi giuridici. Per questa serie di pergamene si introduce, quindi, la categoria di "altri enti", indicando in forma opportuna soltanto l’ente cui esse pervennero, riservandosi ovviamente di individuare al termine dell’esame dell’intero fondo la catena dei passaggi giuridici, ove possibile.

3. Le sessantanove pergamene esaminate risultano provenire da almeno tre archivi diversi:

  • il Capitolo di Aquileia (29 pergamene)
  • il Capitolo di Udine e la fraterna dei mercanti (16 pergamene)
  • il monastero di S. Martino della Beligna (12 pergamene)
  • il monastero di S. Pietro di Rosazzo (1 pergamena)
  • altri enti non identificati (9 pergamene)

Due pergamene (28a e 28c) giacciono poi in un tale stato di pessima conservazione da rendere praticamente impossibile leggerne il testo e quindi di risalire all’ente detentore.
È opportuno spendere ora qualche parola sulle caratteristiche dei documenti. Come riassume la tabella, ben ventinove pergamene riguardano sicuramente e direttamente l'attività del Capitolo di Aquileia; quasi un terzo, dunque. Si nota però che per il periodo più risalente è difficile individuare un filo conduttore nella successione degli atti superstiti. Ne spiccano alcuni per la solennità e per l’importanza nella storia istituzionale dell’ente ecclesiastico e che attengono alla ricostruzione delle sue complesse vicende, come l’istituzione dei sei prebendari voluta dal patriarca Bertoldo di Andechs (n° 6 del 10 giugno 1224) oppure l’accordo di permuta per le pievi di Marano e di S. Margherita di Gruagno tra il patriarca Raimondo della Torre e il capitolo stesso (nn.i 21 e 21bis del 4 maggio 1290); mentre per altri, attinenti il patrimonio fondiario dell’istituzione stessa, sfugge la logica che doveva sorreggere la strategia di espansione fondiaria e il giuoco dei rapporti con altri possidenti terrieri a causa del ristretto numero di documenti pervenuti. Eppure questa tipologia di documenti non è meno importante della prima per chiarire le continuità o discontinuità nella politica d’affermazione del più prestigioso e autorevole ente ecclesiastico del Patriarcato aquileiese. Risulta indubbiamente arduo porre in collegamento fondi e beni immobili descritti nei modi per noi assai vaghi delle formule notarili che ricorrono in atti tra loro distanti anche decine di anni. Se la viscosità nelle transazioni di proprietà fondiaria, che caratterizza in generale il XIII secolo e specificamente gli enti ecclesiastici - per le ben note ragioni dell’inalienabilità del patrimonio ecclesiastico - è sicuramente un sussidio strutturale nel ricostruire i collegamenti, tuttavia è innegabile che essi restino attratti nell’alea dell’incertezza per l’indeterminatezza nel tempo dei titoli di proprietà e dei documenti d’amministrazione dell’ente fondiario considerato.
Così la sentenza arbitrale del 18 febbraio 1228 (n° 7), che riguarda un manso situato a Vendoglio, attorno ai diritti del quale il Capitolo era in lizza con i nobili di Gringola, è assai probabile che debba essere posta in relazione con la permuta indicata nel documento dell’11 aprile 1305 (nn.i 29 e 29bis), nella quale un manso a Vendoglio - forse appunto il medesimo - costituisce il bene di permuta tra il Capitolo e Odorlico da Castello contro un manso situato a Castions, sicuramente più appetibile all’ente ecclesiastico per la maggiore vicinanza e, quindi, per la più facile amministrazione. Tuttavia in questo collegamento non sussiste alcuna certezza, anche se in linea generale emergono alcuni dati notevoli per gli inizi del XIV secolo riguardo l’interesse di compattazione del proprio patrimonio fondiario da parte del Capitolo, i rapporti con gli "scomodi" vicini di Castello, l’interesse di questi ultimi, al contrario, per una dislocazione fondiaria nel cuore dell’arco morenico del Friuli centrale.
Anche l’atto di permuta del 22 febbraio 1236 tra il rappresentante del Capitolo, il decano Corrado e il preposito di S. Stefano di Aquileia, Giovanni, porta acqua al mulino delle considerazioni sulle strategia fondiarie del Capitolo, pur nella già descritta indeterminatezza dei riferimenti. La permuta, infatti, riguarda un possedimento sito in Meduno, dal censo annuo di una marca aquileiese, contro tre possedimenti, il primo sito a Martignacco, il secondo a Tauriano e il terzo a Vendoglio. Se da un lato il documento non permette di stabilire la tipologia agraria dei possedimenti, tuttavia esso suggerisce l’esistenza di un forte interesse del Capitolo verso la zona del Friuli centrale, allineandosi in ciò a altri esponenti del ceto dei possidenti fondiari friulani.
In tale direzione sembrano muoversi alcuni acquisiti effettuati dal Capitolo allo spirare del XIII secolo: pur con qualche incertezza nella localizzazione, il terreno sito oltre Muruzolio ceduto il 25 agosto 1280 dal magister Arnaldo da Aquileia al mansionario Corrado, rappresentante dell’ente, parrebbe entrare in questa linea d’espansione o di rafforzamento (n° 17). Mentre per il 20 agosto 1283 troviamo la ben più rappresentativa stipula dell’atto d’acquisito di un manso sito presso Ziracco - ai piedi delle colline cividalesi tra Moimacco e Povoletto - da Guglielmo di Scarletto da Cividale, al prezzo tutt’altro che esiguo di 11 marche di denari aquileiesi (n° 19). Estremamente indicativo di questa attenzione verso alcune importanti aree fondiarie è il contenuto della permuta o piuttosto perequazione permutativa, oggetto dell’atto tra il patriarca Raimondo della Torre e il Capitolo in limine alla grande permuta delle pievi di Marano e di S. Margherita di Gruagno, già citata (n° 23). Il 4 maggio 1290, infatti, a fronte della differente rendita delle due pievi, venne stabilito il conferimento suppletivo al Capitolo di quattro mansi patriarcali, che erano dislocati - si suppone non senza precise istanze dei canonici - presso la villa di Percoto, di otto mansi e un possedimento patriarcali siti presso la villa di Trivignano, di un baiarzo sito presso la medesima villa, di una canipa con baiarzo presso Trivignano, di altri otto mansi patriarcali siti presso Ajello. La sentenza arbitrale perequativa era stata emessa da un collegio formato da due canonici di Aquileia. Si trattava di un cospicuo rafforzamento proprio nelle zone migliori della pianura friulana.
Dopo pochi anni, il 29 luglio 1295, il Capitolo provvide a risistemare i beni attorno alla pieve di S. Margherita appena acquisita, concludendo una permuta con Giacomo figlio di Rodolfo di Fagagna, procuratore del padre e della madre Maria, che aveva per oggetto un proprio manso sito in Fagagna contro un manso sito in Martignacco, nella contrada detta Zurlgia (nn.i 24 e 24bis). Il manso era pertinenza della pieve di S. Margherita. Martignacco, Percoto e Trivignano sembrano confermarsi essere punti importanti per l’agglutinazione del patrimonio fondiario del Capitolo tra XIII e XIV secolo. Notevole è che uno dei membri più ragguardevoli del Capitolo - oltre ad essere canonico di Cividale - , Mattia di Mels, si preoccupasse il 24 aprile 1294 di disporre tra i suoi lasciti testamentari uno per il capitolo cattedrale, costituito proprio da un manso situato a Trivignano (n° 25). Mentre il 28 ottobre 1306 Ambrosino della Torre, rappresentante del Capitolo, s’affrettava ad acquistare da Oldorico q. Enrico di Buttrio un manso sito a Percoto, al prezzo cospicuo di 40 marche di denari aquileiesi (n° 31).
Il Capitolo, per altro, vantava una dislocazione notevole dei suoi possedimenti, con gli inevitabili inconvenienti di controllo che tale assetto comportava. L’attesta, ad esempio, il complesso e articolato documento del 1262 (n°12 ) che riferisce dell’usurpazione dei diritti capitolari sul monte Agareto in Carnia e sulle comunità di Noiaris e Priola, sopra Sutrio, usurpazione per altro effettuata proprio dal provisore gastaldionale di Carnia, Guoazone di Arta. Il Capitolo in questo caso dovette ricorrere all’intervento patriarcale: Gregorio di Montelongo intimò al gastaldo di Carnia, il capitano di Gemona Valesio, di ordinare al suo provisore il ripristino immediato dei diritti capitolari con la refusione dei danni. Ciò che avvenne, non senza un’indagine ricognitiva di quei diritti tra i massari e coloni della giurisdizione. Appena tre anni dopo, nel 1265, un altro documento attesta l’immutato interesse del Capitolo per i possedimenti nella Carnia (nn.i 14 e 14bis): l’11 ottobre, infatti, il nuovo provisore gastaldionale di Carnia, Esenrico da Tolmezzo, provvedeva a nominare il nunzio di possesso per il Capitolo nei beni di Avaglio, sopra Villa Santina. Interesse che non viene meno neppure con lo spirare del XIII secolo: per il 19 novembre 1291, infatti, un documento (n°22) testimonia che il Capitolo intendeva rafforzare il proprio ascendente possessorio nei dintorni di Sutrio, proprio presso quelle comunità assoggettate alla propria giurisdizione, Noiaris e Priola. Il vicedominio del Capitolo Giacomo da Udine acquista da Federico q. Enrico di Prampero da Gemona il diritto al reddito di 26 denari aquileiesi su due mansi, siti presso la villa di Priola.

4. L’approccio all’individuazione della strategia d’affermazione territoriale del Capitolo cambia con i più numerosi documenti del XIV secolo: ben ventuno documenti, infatti tra il 1316 ed il 1325 il Capitolo acquista tre mansi dai signori di Castel Porpeto, per un costo complessivo di oltre settanta marche di denari aquileiesi. Un primo nucleo di documenti (docc. 40, 40bis, 41, 41bis, 42) riguarda un manso ceduto al Capitolo nel 1316, per 24 marche di denari aquileiesi, da Giacomino da Ro abitatore di Castello: il canonico Ambrogino procuratore del Capitolo ne riceve l'investitura feudale da parte di Artuico di Castello. Più complesso era il caso di un altro manso ceduto al Capitolo nel 1321, per 33 marche di denari, da Pellegrino del fu Odolrico da Morsano; in questo caso i di Castello, che lo tenevano in feudo dallo stesso Capitolo, vi rinunciarono (doc. 45), tuttavia dal 1324 al 1328 si svolge una lunga questione con Simone e Morando di Castellerio che sostenevano di avere acquistato detto manso al pubblico incanto (docc. 54, 59, 59 bis, 59 ter, 60). La causa viene ripresa il 14 settembre 1330 nel palazzo patriarcale di Cividale, dove Simone da Castellerio chiede il ricorso in appello dinanzi al Colloquio generale della Patria (doc. 63). Il giorno successivo viene emessa una sentenza in favore di Simone da Castellerio, tuttavia il decano Guglielmo annuncia di voler ricorrere in appello (doc. 64). Il 19 settembre 1330, a Udine, il Capitolo di Aquileia istituisce suo procuratore il canonico Tano de Garisendis da Bologna, il quale dovrà comparire dinanzi al legato apostolico Bertrando vescovo di Ostia e Velletri per proseguire il ricorso in appello contro la sentenza data presso la curia patriarcale (doc. 65). Il 20 settembre, a Udine, dinanzi al patriarca compare Eusebio da Romagnano, canonico e procuratore del Capitolo di Aquileia, il quale ricorre in appello contro la precedente sentenza emessa il 15 settembre, sostenendo che fosse da ritenersi nulla per vizi di forma, perciò egli aveva posto i diritti del Capitolo sotto la protezione del legato apostolico Bertrando vescovo di Ostia e Velletri, ottenendo dal patriarca le lettere di rinvio del processo. (doc. 67). Nel frattempo il Capitolo aveva acquistato un terzo manso in Morsano per la cifra, più modesta, di quattordici marche di denari. La cessione viene fatta da Nicolò del fu Francesco abitatore di Castel Porpetto, con il consenso di Nicolò e Giovanni Francesco di Castello, a Ambrogino mansionario del capitolo di Aquileia; poiché tale manso è un feudo spettante al nobile Nicolò del fu Odorico di Castello, questi ne investe detto mansionario, con pieno diritto, con un guanto da cavaliere. La transazione e l'investitura si tengono il 7 novembre 1325 nella chiesa dei francescani di Castel Porpetto (docc. 57, 57 bis ).
In precedenza il Capitolo aveva acquistato dai da Castello, recuperandolo, un manso nel villaggio di Ronchiettis, presso Aquileia, che lo stesso Capitolo aveva trasmesso in feudo ai da Castello, e che questi avevano infeudato ai di Brazzacco; in seguito al passaggio dei diritti feudali, nel 1317, il manso viene ceduto al Capitolo dai da Castello per la somma di ventitré marche e mezza di denari. (docc. 43, 43 bis, 44).
Infine il 20 febbraio 1323 Giacomo prete da Moruzzo vicario di S. Margherita e Nicolò da Plaino decano del capitolo aquileiese cedono in permuta al nobile Bartolomeo del fu Enrico di Castellerio un campo sito nel territorio di Castellerio, ricevendone una decima su un certo manso in Torreano di Martignacco (doc. 51).

5. Come si è anticipato più sopra, esistono alcuni documenti che non sono facilmente attribuibili a un ente definito, anche se la loro presenza nel fondo capitolare induce a ritenere che i diritti e i beni oggetto dei negozi rogati siano alla fine pervenuti al Capitolo di Aquileia o al capitolo di Udine. La spiegazione della loro presenza all’interno degli archivi di questi enti può essere cercata nella consuetudine di trasferire insieme con il bene anche le attestazioni dei diritti sul medesimo, come si è accennato. Tuttavia non può essere questa la spiegazione definitiva e generalizzata per tutti questi atti, poiché può anche darsi che, oltre a poter essere altro l’ente destinatario del bene e delle attestazioni e quindi incidentalmente il suo archivio sarebbe confluito in quello degli enti maggiori in uno stato di disordine, i privati abbiano determinato di depositare i loro documenti presso l’archivio dell’ente ecclesiastico oppure - ciò che è ancora più verosimile - che tali munimina siano pervenuti in seguito a atti di donazioni private non pervenuti oppure non individuabili al momento nell’insieme della massa documentaria.
In linea meramente ipotetica si potrebbe definire il documento n° 13 come un munimen pervenuto all’archivio del Capitolo di Aquileia: il 24 settembre 1261, infatti, Goffredo figlio di Glirisio d’Arcano diede in affitto a Giacomo da Cavazzo per 80 soldi Veronesi annui un proprio manso, sito in Carnia a Cesclans. La difficoltà ristà nelle possibilità di identificare questo manso tra i beni del Capitolo. Al contrario diventa estremamente più arduo identificare un destinatario che non sia la parte di un documento come quello che il 9 aprile 1280 sancì la vendita Ainzutto da Udine mercante di un manso sito a Cerneglons di proprietà di Federico q. Enrico di Gemona al prezzo di 13 marche di denari aquileiesi (n° 16). Eppure la circostanza che l’acquirente sia un mercante di Udine potrebbe essere l’esile indizio dell’appartenenza finale del documento all’archivio della Fraternita dei Mercanti di Udine. per restare nell’ambito delle illazioni, anche l’atto del 31 ottobre 1282 (n° 18) potrebbe essere pervenuto all’archivio di questa confraternita. In esso, infatti, Pietro da Udine fabbro vende al proprio figlio Giovanni, anch’egli fabbro, al prezzo di tre marche e mezzo di denari aquileiesi, una casa con terreno, sita nel borgo superiore di Udine. La proprietà è allivellata e se ne garantisce il diritto per 8 denari aquileiesi ai fratelli Minio e Rossone da Udine. Analoge considerazioni possono essere estese all’atto di vendita del 21 aprile 1313 (n° 34), con il quale Paolo q. Ermanno da Tricesimo vende a Pertoldo q. Benone del castello di Udine, al fratello Pietro detto Saio e alcuni altri suoi fratelli il reddito o affitto equivalente a uno staio di frumento e uno staio di avena che i medesimi fratelli o il loro defunto padre dovevano a Paolo o al suo defunto padre Ermanno per una braida già del q. magister Stefano da Udine sarto. Tuttavia è chiaro che ogni attribuzione ad un archivio intermedio resta totalmente ipotetica.
Al contrario, non è nemmeno praticabile la strada delle ipotesi per i restanti documenti di questa serie: il n° 28b rogato in Udine, presso la "villa Caschanani", nel 1302, ad esempio, contiene un’immissione in possesso di un campo, situato appunto presso questa villa, di Alpionda, priora del monastero di S. Quirino di Udine. L’immissione, effettuata dal notaio Pita di Udine, avveniva quale esecuzione delle disposizioni testamentarie di Iacumina di Udine, che aveva legato al monastero il bene. Il monastero di S. Quirino in Udine, dunque, era il destinatario del bene e dell’atto connessovi. Come destinatarii dei legati testamentari di Daniele Guercio di Udine erano la chiesa minoritica di S. Francesco, dove il testatore aveva destinato la propria sepoltura, e la chiesa di S. Giovanni Battista, oltre a provvedere a nominare eredi universali i suoi due nipoti Domenico e Giuseppina (n° 32 del 30 settembre 1310). Eppure questi atti sono pervenuti in questo fondo pergamenaceo, senza che sia possibile al momento stabilire le vie e i passaggi giuridici.
Ancora più arduo poi tentare di individuare una traccia di ricerca per chiarire i passaggi archivistici di documenti come quelli creditizi e pignoratizi, bene rappresentati nel gruppo dal contratto stipulato in Cividale il 31 ottobre 1306 tra Niccolò figlio di Zofelg da Cividale beccaio e due fiorentini circa l’acquisto di una quantità di frumento, con il corrispondente impegno al saldo e il pignoramento di un bene a garanzia, una cavalla grigia (n° 30).

6. L’importante e prestigioso ente ecclesiastico della Collegiata di S. Maria di Udine dovette certamente svolgere una funzione di attrazione per una pluralità di atti e di negozi giuridici, con il corrispettivo di un’espansione dell’archivio. Oltre a documenti strettamente connessi con le vicende istituzionali dell’ente e estremamente importanti per cogliere le svolte di una progressiva affermazione nel contesto del Patriarcato, come la protesta elevata il 9 luglio 1289 da Giacomo, custode della collegiata, all’arcidiacono di Aquileia Gilone di Villalta per contestare la mancata richiesta al custode e al capitolo collegiale della facoltà di celebrare il sinodo arcidiaconale nella chiesa di S. Maria, vedendo in ciò una diminuzione dello status di dipendenza diretta dalla giurisdizione patriarcale (n° 20), sono soprattutto i documenti di privati a testimoniare non soltanto l’autorevolezza dell’ente, bensì anche la vivacità che ne caratterizzava la vita religiosa ed economica.
Secondo una pratica bene radicata, i testatori ritenevano di non potersi esimere nell’ultima espressione delle volontà terrene dal costituire lunghe serie di legati che beneficiassero se non tutte, almeno la maggior parte delle istituzioni ecclesiastiche e religiose della cittadina. Ecco, quindi, che si trova una nutrita serie di testamenti tra le pergamene della Capitolare udinese, spesso con preziosi riferimenti non soltanto all’organizzazione e alle strutture di questa istituzione, bensì anche a quelle di molte altre presenti in città e nel suo circondario.
Scorrendo questi testamenti è dunque possibile ricostruire il mondo che girava attorno alla Capitolare e alle altre chiese cittadine, penetrando nella mentalità religiosa di vari ceti sociali e cogliendo espressioni caratteristiche della vita cittadina. Ecco, quindi, sfilare alcuni esponenti del ceto benestante e legato al gruppo egemone udinese, come il notaio Dietrico da Udine, che il 3 settembre 1301 detta il suo testamento (n° 27). Con esso Dietrico stabilisce la sua sepoltura presso la chiesa di S. Maria maggiore in Udine, nella tomba della nonna Zardinella, e dispone l’erezione nella medesima chiesa di un altare dedicato a s. Maria e ai santi Ermacora e Fortunato, presso il quale dovranno essere celebrate le Messe di suffragio perpetuo dell’anima sua e dei suoi congiunti e parenti. Dietrico stabilisce con pignoleria la tabella delle Messe e istituisce un altarista, ovviamente preoccupandosi di dotare l’altare e il sacerdote con un proprio manso sito a Pasian Schiavonesco, una sua braida sita in Udine, presso S. Pietro di Tavella e un suo campo sito presso la strada di Villalta. Dietrico infine, dimostrando grande deferenza verso il prestigio della Collegiata, le conferisce la facoltà di nominare liberamente l’altarista.
Abbiamo anche il caso notevole del benestante Andrea Frulga, che detta il suo testamento il 26 gennaio 1315 (doc. 36), durante una malattia, chiedendo di essere sepolto presso la chiesa di S. Maria maggiore, cui lascia mezza marca di denari aquileiesi. Dispone quindi vari legati in favore delle chiese e dei poveri, del custode e dei canonici, chiedendo che per il suo anniversario siano accesi quattro ceri e che la sua sepoltura venga ricoperta di porpora. Vuole inoltre che un sacerdote celebri ogni giorno la messa sull'altare di S. Odorico entro la chiesa di S. Maria di Udine. Ma senza dubbio è ancor più degno d’attenzione il documento del 24 settembre 1315, con il quale Enrico e Ermanno da Luincis, anche a nome dei fratelli Francesco e Asquino, ordinano alcuni legati per l'anniversario della morte del nobile Mattia loro genitore, lasciando mezza marca di denari alla chiesa presso cui fu sepolto, a beneficio della chiesa e dei sacerdoti officianti, e varie somme di denaro in favore di numerose chiese udinesi, delle monache di S. Chiara e S. Pietro, dell'ospedale di S. Maria Maddalena, degli infermi di S. Lazzaro di Udine, oltre che alla pieve di Gorto in Carnia, con le sue capelle filiali, alla pieve di S. Pietro di Zuglio e all'ospedale di Gemona (doc. 39). I da Luincis, dunque, ribadiscono così i forti legami con la loro terra d'origine, pur partecipando attivamente alla vita della città; va detto comunque che essi con ciò non costituiscono un'eccezione: infatti, anche Giacomo detto "Comello" di Pietro da Esemon di Carnia abitante a Udine nel borgo superiore, evidentemente di condizioni più modeste, cerca di fare altrettanto L'8 agosto 1334, essendo malato, egli detta il proprio testamento e chiede di essere sepolto presso la pieve di S. Maria Maggiore di Udine, cui lascia una rendita perpetua di otto denari; inoltre lascia una rendita ai camerari affinché facciano memoria del suo anniversario distribuendo pane e fave e facendo celebrare messe e veglie. All'ospedale di S. Maria Maddalena di Udine lascia un letto del valore di una marca di denari, quindi dispone un legato di quaranta denari tanto per la chiesa di S. Francesco che per quella di S. Pietro Martire, mentre lascia una libbra d'olio a tutte le chiese site entro i fossati delle "ville" di Udine, così come alle chiese di S. Quirino, di S. Lazzaro, S. Pietro di Tavella, S. Caterina, S. Tommaso di Chiavris; dispone anche un legato di mezza marca di denari in favore della fraterna dei macellai di Udine. Stabilisce poi un legato di otto denari in favore tanto della chiesa di S. Bartolomeo di Esemon che di S. Ilario di Enemonzo, e due denari ciascuna a tutte le chiese carniche poste a settentrione del fiume But. Assegna quindi varie somme di denaro e beni mobili in favore dei fratelli e di altri parenti, della serva e di due persone povere (doc. 71).
Il 22 maggio 1324 Sclavutta vedova di Vidussio sarto del borgo di sopra di Udine, essendo malata, detta le proprie ultime volontà e chiede di essere sepolta presso la pieve di S. Maria di Udine. Dopo aver disposto certi legati in favore di alcuni parenti e affini, lascia la sua casa alla fraterna di S. Giovanni Battista di Udine ed istituisce quale sua erede la stessa fraterna (doc. 52). Similmente, il 25 novembre 1327, Nicolò fabbro del fu Morassio da Udine, essendo malato, dispone le sue ultime volontà e chiede di essere sepolto presso la chiesa di S. Pietro Martire di Udine, cui lascia un legato di quaranta denari frisacensi. Dispone inoltre numerosi legati in denaro o libbre d'olio in favore di varie chiese udinesi, oltre che della chiesa di S. Pietro di Aquileia e della fraterna dei mercanti di S. Giovanni Battista di Udine, il tutto da pagarsi su un suo forno e su un certo terreno. Infine dispone in favore di due parenti prossimi e della moglie Perta, nominando suoi eredi universali la figlia Domenica ed eventualmente un altro figlio nascituro; se poi gli eredi morissero in età minore e senza discendenti l'eredità verrà trasmessa alla suddetta fraterna di S. Giovanni Battista (doc. 58).
Il 29 giugno 1329 Picardo del fu Albertino Paneterii da Bergamo abitante a Udine, essendo malato, intende disporre in tal modo dei propri beni terreni, tanto di quelli avventizi quanto di ciò che ha accumulato con il suo lavoro. Innanzitutto chiede di essere sepolto presso la chiesa di S. Maria di Udine, quindi stabilisce di lasciare una rendita livellaria annuale di una marca al custode ed ai canonici di S. Maria, da pagarsi ogni anno sulla sua casa di Udine: chiede perciò agli stessi canonici la celebrazione di messe per il suo anniversario e per quelli dei suoi genitori. A ciascuno dei preti officianti spetteranno due denari per ogni messa, mentre il resto verrà diviso tra il custode ed i canonici; gli eredi potranno comunque affrancare la casa, permutando detto livello con un'altra rendita di pari valore. Infine, egli nomina sua erede la figlia Albertina moglie di Lanfranco da Cremona (doc. 61). Il 6 dicembre 1332 Francesco del fu Giovanni Cataldini da Udine, essendo malato, detta le sue ultime volontà e chiede di essere sepolto presso la chiesa di S. Maria di Udine, cui lascia un livello di una marca di denari aquileiesi per l'anima sua e del fratello Pietro, con tale patto: se gli eredi del fratello acquisteranno un livello di pari valore per la chiesa di S. Maria, i camerari della fraterna di S. Giovanni si incaricheranno di riscuoterlo, liberando l'attuale livello gravante sulla sua casa in 'Spartonaris', e faranno celebrare l'anniversario del testatore (doc. 68). L'11 aprile 1333 Pascolutto mercante da Udine, essendo malato, detta le proprie ultime volontà e chiede di essere sepolto presso la chiesa di S. Francesco di Udine, cui dona una marca di denari. Tra le altre cose, dispone una marca e mezza di denari per il suo anniversario, da pagarsi sulla sua casa di 'Peliçariis', sita in Udine, affinché suo figlio Antonio ne faccia l'anniversario insieme alla fraterna dei mercanti di Udine. Infine nomina suo erede il figlio Antonio (doc. 69).
Il 22 maggio 1333 Damiano da Portogruaro abitante a Udine, cameraro della pieve di S. Maria Maggiore, a nome della stessa pieve e con il consenso del custode e dei canonici prende possesso di una casa appartenuta al canonico Albertino, sita in contrada S. Francesco, chiudendone ed aprendone la porta ed entrandovi, secondo l'usanza. Tale casa e la casa sita entro il giardino del Patriarca, anch'essa appartenuta al defunto canonico Albertino, dovranno essere concesse in locazione e l'affitto che se ne ricaverà verrà diviso in tre parti uguali: una spetterà al custode e ai canonici per l'anniversario del defunto con veglie di sera e al mattino e con messa conventuale, dando a ciascun sacerdote due denari per ogni messa e vigilia; dalla seconda parte verranno trattenuti quaranta denari per la cameraria, ed il resto verrà impiegato in messe, elemosine ed opere pie; della terza parte i camerari terranno ogni anno venti soldi come ricompensa per il proprio lavoro, utilizzando il resto per la manutenzione delle case, quando sarà necessaria, ed un eventuale avanzo ulteriore dovrà essere speso in memoria dell'anima del defunto (doc. 70a). Nello stesso giorno, detto Damiano da Portogruaro abitante a Udine, cameraro della pieve di S. Maria Maggiore, a nome della stessa pieve e con il consenso del custode e dei canonici prende possesso di una casa con orto appartenuta al canonico Albertino, sita in Porta Cividale, chiudendone ed aprendone la porta ed entrandovi, secondo l'usanza. Tale casa e la casa sita in Contrada S. Francesco, anch'essa appartenuta al defunto canonico Albertino, dovranno essere concesse in locazione e l'affitto che se ne ricaverà verrà diviso in tre parti uguali: una spetterà al custode e ai canonici per l'anniversario del defunto con veglie di sera e al mattino e con messa conventuale, dando a ciascun sacerdote due denari per ogni messa e vigilia; dalla seconda parte verranno trattenuti quaranta denari per la cameraria, ed il resto verrà impiegato in messe, elemosine ed opere pie; della terza parte i camerari terranno ogni anno venti soldi come ricompensa per il proprio lavoro, utilizzando il resto per la manutenzione delle case, quando sarà necessaria, ed un eventuale avanzo ulteriore dovrà essere speso in memoria dell'anima del defunto (doc. 70b).

7. Come si vede, nei primi decenni del Trecento la fraterna udinese di S. Giovanni Battista, altrimenti definita come "fraterna dei mercanti", figura spesso come beneficiaria di legati testamentari, e in due casi - Sclavutta vedova di Vidussio sarto (doc. 52) e Nicolò fabbro (doc. 58) - viene persino designata quale erede di testatori privi di discendenti diretti.
Nel corpus delle pergamene della Collegiata è possibile anche ritrovare quella che probabilmente è una delle prime attestazioni dell’esistenza di questa confraternita, anche se risulta difficile stabilire come essa sia pervenuta all’archivio dell’ente, se non ipotizzando che la confraternita dovesse gravitare in qualche maniera sulla Collegiata. Si tratta di un’esecuzione testamentaria e di una liberatoria del 14 marzo 1312 (n° 33). Con questo atto Leonarduccio Belloni gastaldo e i procuratori della Fraternita dei mercanti di Udine, ossia Niccolò Rusitto e il magister Stefano detto Barbino sellaio, in esecuzione alle disposizioni testamentarie di Giacomino sellaio da Udine, già da Milano, che aveva nominato erede universale la sorella Castellana e alla morte di quest’ultima la medesima Fraternita, concedono il possedimento con casa già abitazione di Giacomino e sito in Udine al Mercatovecchio al nipote di Castellana, Nigrino. La casa, infatti, è distrutta e Castellana non intende riedificarla. Nigrino, che invece intende ricostruire l’abitazione, s’impegna a ospitare la madre Castellana per tutta la vita di quest’ultima e alla sua morte la fraternita lascia che casa resti a Nigrino. Tuttavia in cambio della liberatoria la fraternita impone che Nigrino debba allora provvedere a versare annualmente mezza marca di denari aquileiesi al gastaldo e ai procuratori della per l’anniversario di Giacomino e di Castellana.
Pare, dunque, che in questo periodo la fraterna fosse molto attiva: il 4 febbraio 1323 essa aveva mosso causa contro i fratelli Pertoldo e Renoardo q. Benone del Castello di Udine per il mancato pagamento di un livello su una braida fuori Porta Aquileia, ottenendo dal gastaldo udinese Andriotto il possesso dell'immobile (docc. 48, 48 bis); su tale braida aveva certi diritti anche donna Castellana sorella e erede del fu Giacomino sellaio, che in quello stesso giorno ne aveva fatto rinuncia (doc. 50), ratificando poi l'azione dei procuratori nel 1330 (doc. 66). La fraterna (qui detta fratalga sancti Iohannis de Utino) era rappresentata nel 1323 da tre camerarii et procuratores: maestro Antonio, Artico e Adubado da Udine: i primi due erano rispettivamente notaio e stationarius, mentre del terzo non si sa nulla. Il 5 gennaio 1325 Odorlico Cargnello abitante a Udine donava alla fraterna un livello annuale di 24 denari da pagarsi su una casa in borgo Aquileia. I camerari sono Venuto da Udine del fu Odorico da Nimis e Nicolò detto "Tay" fabbro da Udine (doc. 56). Nel 1324, quando donna Sclavutta vedova di Vidussio sarto del borgo di sopra istituiva la fraterna sua erede, legandovi la sua casa, i camerari della fraterna erano Aulino orefice e Tura notaio (doc. 52). Come si è detto, anche Nicolò fabbro del fu Morassio da Udine, nel 1327, sceglie la fraterna quale sua erede, tuttavia soltanto se gli eredi legittimi (moglie e figlia) morissero senza discendenza. In questo testamento la confraternita viene denifinita per la prima volta come fraterna professionale, giacché Nicolò dispone anche un legato annuale di 16 soldi fraternitati sue mercatorum sancti Iohannis Baptiste de Utino, da pagarsi su un suo forno ed un terreno (doc. 58). Nel legato disposto nel 1332 da Francesco del fu Giovanni Cataldini da Udine i camerari della fraterna vengono incaricati della riscossione di un livello di una marca di denari in favore della chiesa di S. Maria di Udine, oltre che di far celebrare l'anniversario del testatore. Similmente Nel 1333 il mercante udinese Pascolutto dispone, tra le altre cose, un legato di una marca e mezza di denari per il suo anniversario, cui sarà tenuto suo figlio Antonio una cum camerariis fratalie mercatorum de Utino; tale legato graverà sulla sua casa: se Antonio volesse liberarla dovrà acquistare per detta fraterna un livello di pari importo su qualche altro immobile udinese (doc. 69).
Per concludere, dunque, i personaggi in qualche modo legati alla fraterna dei mercanti sembrano appartenere a condizioni sociali e professionali piuttosto variabili: nel 1323 troviamo ricordato Giacomino sellaio, probabile confratello, quindi Antonio notaio e Artico stationarius; nel 1325 uno dei camerari era Nicolò "Tay" fabbro. Nella casa di Odorico Cargnello si trovavano poi Enrico speçarius e Bonifacio tessitore; la testatrice Sclavutta era vedova di Vidussio Sarto, mentre altri testatori erano Nicolò fabbro e Pascolutto mercator; tra i camerari si sono ricordati il notaio Tura e l'orefice Aulino. Dunque attorno a questa fraterna si coagulava il ceto medio mercantile della città, costituito non soltanto da mercanti, com'è ovvio, ma anche da artigiani (fabbri, tessitori, sarti, ecc.) che in qualche misura si dedicavano anche al commercio dei prodotti, dei semilavorati e delle materie prime.

8. Spiccano nel fondo alcune pergamene che afferiscono, come si è anticipato, a enti del tutto distaccati dal Capitolo di Aquileia e dalla Collegiata di Udine. Si tratta, in primo luogo, del monastero di S. Martino in Beligna. È possibile che parte dell’antico archivio del monastero sia confluito per ragioni di conservazione in quello del vicino Capitolo cattedrale, tuttavia non è possibile proseguire oltre su questa ipotesi. Restano comunque interessanti i resti documentari che scandiscono alcune fasi della storia dell’ente monastico. Come la conferma che il patriarca Wolfger diede nel 1213 della donazione fatta alla Beligna dal predecessore Vodolrico I e consistente nei beni e nella chiesa del decaduto monastero di S. Giovanni al Timavo (n° 5). Noti e studiati sono poi gli atti di rinnovazione e di conferma emessi nello stesso giorno dal patriarca Bertoldo di Andechs: il 30 ottobre 1243 (n° 9), con il quale all’abate della Beligna Vecellone il patriarca rinnova il privilegio del predecessore Vodolrico I, che donava alla chiesa di S. Giovanni al Timavo, soggetta - come si sa - all’abbazia di S. Martino, la pieve di Marcelliana e venti mansi. Quindi (n° 10) Bertoldo rinnova al monastero il privilegio concesso dal predecessore Godofredo, che componeva in favore dell’abbazia un dissidio tra l’abate Witmaro e Stefano di Duino riguardo un possedimento sito a Mereto. Infine (n° 11) - soltanto però nelle forme diplomatisticamente piuttosto ambigue di "nota di trascrizione del memoriale" del diploma - Bertoldo rinnova a Vecellone il privilegio del patriarca Poppone, con il quale veniva ripristinato il patrimonio del monastero, devastato dopo le incursioni, con l’aggiunta della donazione della corte di Fagagna e delle ville di Medea e di Viscone.
Degna d’attenzione è senza alcun dubbio la pergamena (n° 26) - non datata, ma attribuibile al secolo XIII exeunte - che contiene la definizione del territorio attorno a Pirano appartenente al monastero della Beligna. Vi vengono descritti i confini e si elencano con precisione i nomi dei coloni e dei detentori di livelli nel medesimo territorio.
Il monastero viene ricordato nel 1314 nel testamento del nobile Rodolfo da Duino, il quale, colto da una grave infermità, ordina ai suoi eredi di rinunciare all'avvocazia ed ai diritti sulla villa di Pieris, detta in tedesco Steindorf, in favore del monastero di Beligna, e ciò in remissione dei suoi peccati. Nascinguerra e Ugo da Duino consegnano quindi tali diritti all'abate Mattia, che rimette a Rodolfo le ostilità, ingiurie ed offese rivolte contro lo stesso abate, la sua chiesa e la chiesa di S. Giovanni del Carso (doc. 37). A perfetta consonanza di questa disposizione si trova l’atto d’immissione nel possesso, datato 7 gennaio 1314 a Pedriz/Steindorf (n° 35). Fu il capitano di Duino, Wulfingo, su mandato di Nasciguerra e Ugone signori di Duino ed eredi di Rodolfo appunto, a provvedere a immettere l’abate Mattia nel possesso dell’avvocazia della villa di Pedriz, i diritti della quale erano già detenuti dai signori di Duino.
L'anno successivo, il 27 aprile 1315, il vescovo di Pedena Enoch consacra la chiesa di S. Ambrogio di Monfalcone, filiale della pieve di S. Maria Marcelliana di Monfalcone e con questa soggetta al monastero di Beligna, essendo anche stata dotata dall'abate della metà di un manso presso la villa di Ronchi e vari altri beni. Al termine di tale consacrazione e dotazione, il vescovo Enoch introduce l'abate nel possesso della chiesa (doc. 38).
Il 25 agosto 1321, in Gorizia, poiché Matiussio abate del monastero di Beligna aveva obbligato verso il defunto Cocolo fabbro da Cividale quattro mansi siti in Viscon di Torre per la somma di quaranta marche di denari aquileiesi, ora Sofia vedova di Cocolo e Wolnerio del fu Walcone da Gorizia esecutore testamentario del defunto, avendo ricevuto ventinove marche di denari aquileiesi, restituiscono all'abate e al monastero la piena proprietà dei mansi in precedenza impegnati, rinunciando pure ad esigere il residuo di undici marche di denari (doc. 46). Il 24 gennaio 1322, in Viscon di Torre, Sbruglio abitatore di Cormons, in qualità di arbitro e compositore tra le parti nella lite vertente tra Mattia abate del monastero della Beligna e Renoardo del fu Benone del Castello di Udine in merito a certi beni siti nel villaggio di Viscon di Torre, emette la propria sentenza e definisce i diritti delle parti e della comunità di villaggio (doc. 47).
Il 3 settembre 1324, in Pieris, essendo sorta una lite tra l'abbazia di Beligna ed il nobile Giovanni del fu Giacomo da Castelvenere abitante nel villaggio di Pieris in merito alla proprietà di un terreno e due campi siti in quel luogo, dette parti stabiliscono di udire le deposizioni di vari testimoni: questi concordano nel ribadire la titolarità del monastero sui beni contesi (doc. 53).
Il 21 dicembre 1324, in Aquileia, poiché Mattia abate di Beligna aveva ricevuto da Renoardo del fu Benone del Castello di Udine e sua moglie Fiordalisa del fu Lorenzo Omnia da Aquileia la somma di cento sessanta marche di nuovi denari frisacensi in moneta aquileiese, impegnando nove mansi e mezzo, ora intende restituire tale somma e liberare i beni obbligati, tuttavia detto Renoardo chiede di rinviare la francazione per potersi prima consultare con alcuni consiglieri (doc. 55).
Un’ultima annotazione: nel fondo compare anche una carta dell’abbazia di S. Pietro di Rosazzo, o piuttosto un testamento che dispone di un lascito al monastero. Si tratta delle ultime volontà di un non meglio identificato Marquardo, prodotto nel 1272 (n° 15). Le condizioni della pergamena, purtroppo, non permettono di ricostruire con maggiore precisione la data e il nome del testatore. Egli dispone alcuni legati, costituiti da possedimenti agrari, in favore del monastero di S. Pietro, in cambio di funzioni religiose in suffragio dell’ anima sua e della moglie Ottolina. Marquardo dispone inoltre di altri legati in favore di altri enti ecclesiastici e di alcuni parenti e coloni suoi dipendenti, tutti distribuiti - si presuppone - nell’ambito collinare attorno all’abbazia. Il testatore nomina i propri nipoti suoi eredi universali e costituisce suoi esecutori testamentari un decano non meglio identificato e Corrado di Ungrispach. Tenendo in considerazione che l’archivio del monastero andò distrutto in un incendio nella prima metà del XIV secolo, questo documento rappresenta una delle poche vestigia conservatesi di quell’antico e prezioso fondo documentario..

Giordano Brunettin
Gilberto Dell'Oste