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Germana Noro
Storia della parrocchia (2005)

Dalla lettura del Catastico appare evidente in molti punti come il rapporto con il casato dei Colloredo-Mels fosse argomento sensibile, trattato con grande delicatezza ed attenzione dal pubblico perito Coppetti. Sicuramente i diritti dei coloni e, quindi, della comunità parrocchiale di Lauzzana sono affermati con dignità anche nei confronti dei Conti di Colloredo, tuttavia ci sono dei casi in cui emerge la prudenza del perito preoccupato, forse, di scontrarsi o suscitare la suscettibilità dell’importante interlocutore (un esempio su tutti: non vengono misurati i due terreni di San Salvatore di proprietà della parrocchia di Lauzzana ma coltivati da secoli dai Colloredo, c.41v).
In questo senso, la lettura del catastico è un’occasione unica per osservare la realtà del territorio da un punto di vista che non è il solito. I nobili consorti e la famosa famiglia non sono l’unica angolatura da cui guardare per uno studio della storia locale, vero è che l’ingombrante bibliografia che li riguarda ha certo offuscato l’umile parrocchia di Lauzzana che però, in quanto tale rappresenta la continuità delle generazioni. Nei secoli la dignità dei parrocchiani si è espressa più volte pagando gli oneri della tradizione ma anche difendendo i propri diritti.
La singolarità della realtà territoriale ha uno sviluppo certamente insolito ed originale rispetto ad altri luoghi. Il piccolo borgo di Colloredo nasce e si sviluppa intorno al castello ma all’interno di una comunità, il paese di Lauzzana, già esistente. Questo sviluppo è così rapido che quasi fagocita il precedente quasi annullando, di fatto, la sua percezione dall’esterno. Infatti, nel tempo, tutto il territorio comunale prenderà il nome di Colloredo di Monte Albano inglobando in sé realtà altresì ricche di storia e tradizioni come Caporiacco e Mels. Il dualismo che si viene a creare è pieno di implicazioni di tutti i generi, a cominciare da quella più folcloristica, una storica rivalità tra gli abitanti dei due centri. In realtà i condizionamenti e le interdipendenze furono reciproci e le interazioni di vario genere andrebbero sicuramente studiate con molta attenzione. Da qui si ricaverebbero notizie interessanti sui ruoli e i compiti degli abitanti che prestavano, a vario titolo, servizio al castello, si capirebbero i motivi di alcune attività economiche e molto altro.
Ma questa è un’altra storia e qui si cercherà soltanto di chiarire genesi e sviluppo della relazione tra la parrocchia di Lauzzana e la cappellania di Colloredo.

L’archivio parrocchiale conserva, oltre al pregevole Catastico, due documenti di straordinaria importanza che permettono di comprendere l’originale natura del rapporto che nei secoli si è venuto a creare tra i nobili consorti Colloredo e la parrocchia di Lauzzana. Ne sono autori due personaggi di notevole statura nella storia dell’eruditismo friulano. Vissuti in epoche diverse si sono trovati accomunati, per uno strano gioco del destino, nello stesso luogo a cercare di dirimere la complicata storia della contesa giuridica tra Colloredo e Lauzzana.
Il primo documento è un memoriale redatto dall’abate Domenico Ongaro, cappellano curato della cappellania curata del castello di Colloredo di Monte Albano dal novembre 1757 al marzo 1796. Questo documento è doppiamente interessante perché si colloca nello stesso periodo storico cui risale la compilazione del Catastico. Evidentemente ciò non è casuale ma indicativo della temperie storica e culturale di quegli anni.
La rinascita intellettuale che aveva caratterizzato gli ultimi decenni del secolo XVII l’Italia ebbe riscontri anche in Friuli. Ebbe origine da una rinnovata curiosità per i progressi scientifici e filosofici degli altri paesi europei, nell’emergere delle polemiche giurisdizionalistiche contro il papato, di una nuova cultura laica, nel diffondersi di nuove tendenze critiche nel campo dell’erudizione e di una straordinaria avidità di sapere a carattere enciclopedico.
L’erudizione rimase una componente fondamentale della cultura per tutto il Settecento, incoraggiando spesso il provincialismo e il municipalismo, fino a rendere talvolta difficile la successiva penetrazione delle idee illuministiche. Ma questa stessa erudizione era alimento per i dubbi che sempre più venivano sollevati sul diritto romano, del crescente interesse per la scuola tedesca del diritto naturale, della riconosciuta necessità di una codificazione delle leggi.
Il secondo documento è un quadernetto di cc.117 sciolte conservato con il nome di Lauzzana, notizie storiche scritto da Giuseppe Vale nel periodo in cui fu cappellano a Caporiacco, dal 1906 al 1918. Il manoscritto del Vale, preziosissima fonte di informazioni per tutto il territorio, è stato pubblicato nel 1991 a cura della Parrocchia e dell’Amministrazione Comunale per i tipi delle Arti Grafiche Friulane.

I termini della contesa giuridica

Tra le poche carte manoscritte dell’abate Domenico Ongaro¹ tuttora esistenti nell’archivio parrocchiale di Colloredo di Monte Albano si trova un Memoriale in difesa dei diritti di autonomia della chiesa e della cappellania curata del castello nei confronti della parrocchia di Lauzzana, nel cui territorio i signori di Mels si erano fatti costruire una sede più ampia e maestosa nel primo decennio del ‘300.
Questo l’antefatto che aveva dato origine a tutta la questione: Guglielmo di Mels, che nel 1302 aveva ottenuto dal patriarca d’Aquileia licenza di costruire il castello di Colloredo, nel suo ultimo testamento (1303) aveva esortato i figli a portare a compimento la costruzione incominciata ed ordinato che entro le mura castellane essi erigessero a loro spese una chiesa in onore di Dio, della Vergine Maria e dei santi apostoli Andrea e Mattia.
Dispose inoltre che dei suoi beni fosse riservato di che mantenere di vitto e di vestiario un sacerdote che avesse in cura d’anime tutti coloro che avrebbero abitato nel castello di Colloredo e nei suoi confini.
Negli anni 1329-1330 i figli di Guglielmo, secondo il desiderio del padre, fecero edificare una cappella oltre il fossato del castello (extra fossatum castri) che servisse per le esigenze loro e dei familiari, dei servitori e del contado attiguo al castello ² .
Fin dall’alto Medioevo, il mondo germanico, cui i Mels appartenevano, diede all’organizzazione ecclesiastica una fisionomia caratteristica, attraverso il sistema delle chiese proprie o private. Quando un ricco possidente costruiva, su di un proprio fondo, una cappella o una chiesa, dotandola con beni immobili, la considerava come un patrimonio personale. Poteva nominare il titolare ecclesiastico, a sua libera scelta, conferendogli l’ufficio e la prebenda, poteva dimetterlo; durante la sede vacante di titolare, poteva incassare in parte o integralmente le rendite. Un sistema discutibile ma che, in epoche remote, contribuì molto a provvedere di chiese i territori rurali. Esso però era del tutto estraneo alla concezione della chiesa romana per la quale spettava al vescovo, come capo della diocesi, la nomina dei sacerdoti in cura d’anime ed insieme l’amministrazione del relativo patrimonio ecclesiastico. La prassi germanica fu duramente contestata nella lotta per le investiture e scomparve, o quasi, dopo il concordato di Worms del 1122. Eminenti giuristi, come Graziano, e pontefici come Alessandro III non vollero però distruggere l’ordinamento della chiesa privata, ma limitarono i diritti del signore laico alla semplice protezione ed alla presentazione del candidato ecclesiastico, mentre l’ufficio vero e proprio veniva conferito dal vescovo.
E’ quindi in un’epoca assai posteriore che nacque il diritto di giuspatronato dei nobili consorti Colloredo-Mels, cioè il privilegio di poter scegliere il cappellano curato del castello con l’assenso del Capitolo di Cividale.
La domanda fatta al capitolo, anziché al patriarca di Aquileia che era il vescovo della diocesi, aveva una sua motivazione giurisdizionale: fin dal 1192, infatti, il capitolo cividalese era stato considerato dalla Santa Sede come un corpus ecclesiastico avente una giurisdizione quasi vescovile, dapprima soltanto sui territori limitrofi alla cittadina e, successivamente, a partire dal 1250, anche sulla zona di Fagagna cui era soggetto ecclesiasticamente il territorio di Lauzzana e quindi anche di Colloredo.
I canonici cividalesi accordarono il permesso di edificare la cappella e di designare il sacerdote rettore, riservandosi la conferma dell’ecclesiastico nominato e addossando ai nobili ed ai loro successori il compito di provvedere a tutte le esigenze della nuova chiesa.
Con l’approvazione del capitolo cividalese la nuova chiesa e la scelta del sacerdote vennero a creare una seconda struttura giuridico-ecclesiastica all’interno del territorio parrocchiale di Lauzzana: una parrocchia nella parrocchia. La quale aveva un suo territorio che coincideva con il fossato del castello e poi si dilatava lungo i pendii della fascia collinare, dove andavano sorgendo le abitazioni degli agricoltori che coltivavano la terra circostante. Il cappellano curato aveva il diritto di amministrare i sacramenti, sotto il controllo attento del parroco di Lauzzana cui, per diritto, spettava l’intera giurisdizione. Per oltre tre secoli la convivenza risultò pacifica senza particolari tensioni di competenze pastorali e giuridiche. La piccola chiesa del castello di Colloredo continuò la sua funzione squisitamente religiosa, senza lasciare memorie consistenti della sua attività, che finiva per unificare la vita di due gruppi sociali così diversi come i castellani e i contadini. Ma verso la fine del ‘600 le pretese dei vicari di Lauzzana si fecero pressanti riguardo a due aspetti:
1. Diritto ad una tassa (quartese) sui beni della cappellania;
2. Libertà senza previa licentia di amministrare i sacramenti a qualsiasi fedele della parrocchia nella chiesa del castello.
Contro queste pretese insorsero i cappellani curati dei Colloredo-Mels basandosi su un loro modo di interpretare i due documenti di fondazione e sottolineando l’ormai affermata stabilità di consuetudini pluricentenarie. Ancora nel ‘700 gli scontri verbali e comportamentali si fecero talvolta aspri e concitati. In questo contesto, nel 1767, l’abate Domenico Ongaro stese il suo memoriale per tentare di definire la questione. La profonda analisi che l’Ongaro fece dei documenti di fondazione sottolinea la sua indiscussa dimestichezza con gli antichi documenti ma certo non si può non rilevare la sua parzialità nelle conclusioni che ne trasse. Appare peraltro evidente come la sua serenità di giudizio in questo caso potesse venir meno, infatti, si trattava di mettere in discussione quel beneficio che faceva di lui in qualche modo un privilegiato, la cappellania curata di Colloredo, significava, al di là di onori nominali, che certamente esistevano, quella sicurezza economica che gli permetteva di attendere ai suoi studi senza grosse preoccupazioni di tipo pratico.
Nel suo memoriale ricordava con rammarico, quasi a sottolineare la sgradevolezza e tutta l’incresciosità della vicenda, "due fatti strepitosi" freschi nella memoria del paese, in quanto accaduti pochi anni prima, ed intercorsi tra il curato Secante e il parroco di Lauzzana Mercatoribus.
Il primo fatto era avvenuto in occasione della visita del patriarca Dionisio Dolfin, quando il Mercatoribus aveva voluto avere la precedenza del saluto rispetto al cappellano del castello.
Il secondo quando, avendo voluto lo stesso vicario forzare il battistero per battezzare, senza licenza, una sua parrocchiana, era stato messo in fuga dal Secante che si era lanciato contro di lui brandendo un candeliere.
In tutti e due i casi, notava l’Ongaro, il vicario di Lauzzana dovette ritirarsi e cedere dal suo proposito, che era frutto di "false pretese, di cavilli, di equivoci e doppiezze non compatibili nelle persone di chiesa". E proseguiva dicendo che le pretese dei parrocchiani di Lauzzana erano false quanto al diritto e quanto alla tradizione (de jure et de facto). Quanto al diritto affermava che la chiesa era stata edificata in paroecia de Lauzana e quindi anche il vicario di Lauzzana avrebbe dovuto dare l’assenso al candidato prescelto, ma i fondatori avevano chiesto licenza al capitolo di Cividale per averla esente da ogni ingerenza esterna sia riguardo all’aspetto religioso sia riguardo a quello economico. Infatti, si diceva che il sacerdote aveva il potere di amministrare liberamente tutti i sacramenti ecclesiastici ai nobili, ai familiari, ai servitori e al suburbio "potestatem conferendi libere omnia sacramenta ecclesiastica" e i beni della chiesa e del rettore erano immuni da ogni esazione di tasse "existat immunia ad exactione qualibet collectarum".
Tale era l’autonomia e l’esenzione della chiesa e del sacerdote, "eccetto la tassa naturale e legittima da dare al capitolo di Cividale", che essa non prestava alcun atto di subordinazione né alla chiesa di Lauzzana, né a quella di Fagagna, matrice di entrambe, cui era invece soggetta la sola Lauzzana.
Ricostruendo la tradizione, poi, l’Ongaro sosteneva che la sorgente degli “equivoci” originasse durante i periodi di vacanza per la morte o la malattia dei cappellani curati, quando i vicari di Lauzzana, come i più vicini per residenza, col benestare dei nobili consorti, esercitavano sia l’aspetto religioso sia quello economico e per tali incarichi pensavano poi di poter vantare delle pretese giuridico-religiose.
Ma "la buona critica" annotava il nostro memorialista "ha saputo smascherar l’impostura e la forza invincibile della verità e della onestà di alcuno dei vicari di Lauzana e ha confuso l’altrui malizia". Citava l’esempio del vicario Moroni il quale, esercitando le funzioni di sostituto in due circostanze per un totale di quasi quattro anni, si sottoscrisse sempre "economo sostituto" o "sede vacante" (non già parroco di Lauzzana) e non ebbe "il catarro dell’ingerenza sulla chiesa castellana".
Con l’uso di espressioni di tale forza Domenico Ongaro sottolineava di non aver il minimo dubbio sul fatto che i vicari di Lauzzana, a parte le rarissime eccezioni da lui citate, avessero agito in malafede e che anzi erano stati mossi dall’unico intento di usurpare diritti propri e conclamati dei cappellani curati di Colloredo.

L’indiscussa autorevolezza dell’Ongaro e le sue dotte argomentazioni non riuscirono a chiudere definitivamente la questione. La diatriba non potè mai dirsi chiusa proprio per il modo diverso di interpretare i documenti di fondazione e ci furono ancora periodi più o meno intensi di contrasto e di rivalse giuridiche, alle quali talvolta avrebbe partecipato anche il popolo sobillato dai sacerdoti.
Nella memoria storica collettiva del luogo, si ricorda un episodio, riportato però solo oralmente e tramandato nelle varie famiglie, riguardante una processione di un venerdì santo degli anni venti del secolo scorso in cui ci fu uno scontro “armato” tra i due cortei: l’uno proveniente dalla chiesa Lauzzana e l’altro da quella di Colloredo. I due crociferi che aprivano i cortei se le diedero utilizzando in modo improprio il simbolo della fede cristiana, pare, su precisa indicazione dei rispettivi sacerdoti.
Il capitolo di Cividale, interpellato più volte soprattutto da Lauzzana, non darà mai una risposta precisa e definitiva, invitando i sacerdoti coinvolti ad una intelligente collaborazione senza indebite reciproche ingerenze, avendo attenzione, questo sì, a non scontentare il casato dei Colloredo-Mels, cui si riconosceva ampia autonomia. Un elemento interessante da rilevare, a proposito di consulti ad organi superiori, è la totale assenza di qualsiasi intervento vescovile; nonostante gli ottimi rapporti che legavano l’Ongaro all’arcivescovo Gradenigo, questi mai venne interpellato sulla vicenda né venne sollecitata una sua mediazione. Al di là di quanto viene talora scritto, i tentativi dei vescovi post-tridentini di dare applicazione ai decreti conciliari riguardanti la riforma disciplinare del clero e del popolo, la riorganizzazione amministrativa delle diocesi a loro affidate e l’affermazione delle proprie competenze giurisdizionali nei confronti di altri poteri laici ed ecclesiastici non ebbero mai un successo immediato, scontrandosi con resistenze consuetudinarie molto forti. Tuttavia alcuni dati riguardanti le visite pastorali confermano che, accanto ai limiti, ci furono anche dei progressi nell’applicazione della riforma: il clero cominciava ad abituarsi ai nuovi compiti di cura d’anime che gli erano stati affidati dalle costituzioni sinodali ed inoltre la curia patriarcale si assume in modo deciso la verifica della idoneità del sacerdote alla cura d’anime.

Un ulteriore contributo all’intricata vicenda venne dato da una attenta analisi fatta negli anni dal 1909 al 1918 da Giuseppe Vale ³ , che era cappellano della vicina parrocchia di Caporiacco. Al Vale le ragioni dell’Ongaro sembrarono “speciosissime” e si meravigliò di come un conoscitore di storia come lui non avesse fondato il suo ragionamento su basi storiche e annotava così: "la parrocchia di Lauzzana esercitava la sua giurisdizione sul territorio di Colloredo prima che venisse edificato il castello: eretto questo, i signori riconobbero la parrocchialità di Lauzzana tanto che, eretta a loro spese la chiesa dei Ss. Andrea e Mattia e dotato il cappellano, riconobbero che questo poteva liberamente amministrare i sacramenti per facoltà ottenuta dal parroco di Lauzzana; che a tutto questo non s’era mai legittimamente derogato e che dunque la cappella del castello di Colloredo anche nel 1767 dipendeva dalla parrocchia di Lauzzana come nel 1330". Tuttavia leggendo quanto scritto dal Vale, si evince che non solo l’Ongaro non aveva contribuito a risolvere la questione ma addirittura l’aveva complicata con la sua stessa morte, infatti il suo funerale non era stato celebrato dal parroco di Lauzzana, come avrebbe voluto la consuetudine "che stabilisce il diritto al parroco più vicino e alla pratica costante del luogo", ma da quello di Caporiacco, e tutto per ordine del capitolo di Cividale che avrebbe così cercato di arginare la contesa, in realtà esasperandola.
L’argomentazione del Vale è, senza dubbio, appassionata. Egli oppone ai ragionamenti dell’Ongaro, che vorrebbe unificare giurisdizione temporale e spirituale, il richiamo alla tradizione. Non solo la cappella dei Colloredo dipendeva dalla chiesa di Lauzzana nel 1767 come nel 1330, ma cita importanti precedenti. Ad esempio, nel 1729, la salma del conte Giambattista Colloredo, maresciallo di corte deceduto a Vienna, venne accolta ai confini della parrocchia dal parroco di Lauzzana, in stola bianca, per volere degli stessi nobili consorti.
Diverso è anche il giudizio che traspare sull’operato del capitolo, secondo il Vale, infatti
Il capitolo di Cividale, conscio dei suoi diritti sulla chiesa di Colloredo e su quella di Lauzzana, per salvaguardare quelli della parrocchia di fronte agli abusi da parte del cappellano, salvaguardò sempre i diritti parrocchiali e con decreto 19 febbraio vietò al curato di Colloredo di ammettere qualsiasi prete a cooperare nella cura della chiesa di S. Andrea senza il consenso del vicario di Lauzzana. Sempre secondo il Vale, furono proprio i predecessori dell’abate Ongaro che, senza una reale connivenza con i nobili Colloredo, si arrogarono i diritti di pievani commettendo in realtà un abuso ed una usurpazione del ruolo che apparteneva al parroco di Lauzzana Il Secante e poi il Guatti incominciarono ad arrogarsi il titolo di pievani, ad amministrare l’estrema unzione e da fare i funerali senza dipendere dal parroco di Lauzzana, e cantarono messe e vespri senza la sua partecipazione. L’insistenza dei cappellani alla fine deve aver sollecitato anche l’ambizione dei nobili consorti i quali, probabilmente anche urtati dai ricorsi che i parroci di Lauzzana facevano contro gli abusi dei loro cappellani all’Ufficio capitolare della Metropolitana di Udine, incominciarono, agli inzi del 1800, a "far pratiche" perché la parrocchia di Lauzzana fosse soppressa ed eretta a parrocchiale la cappella dei SS. Andrea e Mattia. Evidentemente erano in gioco, certo, beni e rendite ma anche la dignità e il diritto dei parrocchiani come ben sottolinea il Vale quando afferma che il popolo "non poteva considerare chiesa propria e sostenuta col proprio quella nella quale i signori erano patroni ed esercitavano i loro diritti". L’affermazione di Giuseppe Vale va oltre il significato stretto della questione, infatti, non si può certo ignorare, in una lettura storica scevra da partigianerie o fraintendimenti, che è sempre esistita una netta distinzione tra il borgo racchiuso entro il perimetro castellano e le ville soggette alla cura di Lauzzana. Nella trascrizione fatta da Vincenzo Joppi nel 1887 dei Capitoli della giurisdizione de’nobili signori di Colloredo, pubblicati nel 1622, si leggono norme consuetudinarie che diversificano i due gruppi di abitanti, da una parte i villani, dall’altra servitori o fattori dei conti. Indubbiamente i secondi subivano una dipendenza maggiore che gli impediva, ad esempio, di fare commerci vari con i villani o di poter aver credito da parte di osti e fornai. Il tema è affascinante e richiederebbe maggiori spazi per essere approfondito, anche perché le implicazioni in esso racchiuse hanno caratterizzato in modi originali i rapporti tra gli abitanti delle due parrocchie che vedremo nascere alla fine della vicenda qui raccontata. L’analisi del Vale cita un altro punto topico nel 1884 quando il cappellano curato di Colloredo, tale Cramazzi di Artegna, approfitta della grave malattia del parroco di Lauzzana per introdurre innovazioni e "pregiudicare i diritti e le costumanze antiche della parrocchia di Lauzzana".
Il fatto suscita altro ricorso al Capitolo, di nuovo senza esito. Le cose sembrano veramente senza speranza di soluzione, quando nella nostra piccola storia entra la grande Storia, così raccontata dal Vale alla fine delle sue note
Il 29 ottobre 1917 il comune di Colloredo fu invaso dagli eserciti germanici ed un comandante germanico prese stanza nel castello per amministrare il comune. Durante i mesi di novembre e dicembre non si occuparono questi padroni di amministrazione ecclesiastica, quand’ecco il giorno 6 gennaio piombò ai preti un ordine del comandante che rivoluzionava la cura d’anime di tutto il Comune, ciò che non avvenne in altri siti. Il Comune di Colloredo abbraccia tre parrocchie: Lauzzana, Mels e Caporiacco e la cappellania di Colloredo, più la frazione di Aveacco soggetta alla parrocchia di Vendoglio. L’ordinanza del comandante disponeva che la frazione di S. Salvatore soggetta alla parrocchia di Mels passasse alla parrocchia di Pers perché civilmente apparteneva al comune di Majano, che la frazione di Aveacco passasse alla parrocchia di Mels come parte del comune di Colloredo, che il cappellano di Colloredo allargasse la sua giurisdizione dal Cormor alla nuova linea ferroviaria, cioè abbracciasse tutta la parrocchia di Lauzzana, meno le due ville di Lauzzana e Pissignano; che la villa di Codugnella passasse alla cura di Lauzzana togliendola a Caporiacco.
A questa nuova delimitazione seguiva il precetto ai sacerdoti di non oltrepassare i limiti fissati dall’ordinanza, pena la fucilazione, disse l’interprete, che portò oralmente l’ordine ai singoli interessati. Gli effetti ebbe a provarli ben presto il parroco di Lauzzana, il quale, essendo stato obbligato a far scuola, per poter entrare nell’aula situata in un casa della sua parrocchia a cento metri dalla linea ferroviaria, doveva tutte le settimane portarsi dal comando per ricevere il lasciapassare. Questo stato di cose durò finché tennero il governo del Comune i germani; ma, venuti gli austriaci il 15 marzo 1918, le cose si assestarono tacitamente all’insaputa dei nuovi padroni.

Conclusione

Persino all’esercito austro-ungarico la situazione era parsa così assurda e complicata da tentare una risoluzione logica e sensata, ma evidentemente i tempi non erano maturi. La questione si trascinò, con alterne vicende, praticamente inalterata fino al secolo scorso. Nel 1940 il parroco di Lauzzana, don Erminio Paschini scrisse un memoriale (nota 4) ad uso dei nobili consorti, i soli, secondo lui, che avrebbero potuto dare conclusione ad una vicenda che peraltro avevano iniziato. Il documento, conservato nell’archivio parrocchiale di Colloredo, inserito in una busta Varie, è costituito da fogli sciolti battuti a macchina in duplice copia, l’autore ne fece due versioni, sostanzialmente identiche. La stesura in forma epistolare di una delle due fa supporre che questa fosse la versione definitiva inviata ai destinatari: "all’illustrissimi signori nobili consorti in Colloredo di Monte Albano".
Il Paschini approfitta, a suo dire, di una situazione contingente venutasi a creare
rimasta vacante, in seguito alla morte del compianto don Giuseppe Braida, ultimo cappellano curato, la cappellania dei SS. Andrea e Mattia Apostoli in Colloredo di Monte Albano, di giuspatronato dei signori nobili consorti, mentre la eccellentissima autorità ecclesiastica diocesana ha incaricato distinte e competenti persone per l’esame della situazione giuridica del giuspatronato suddetto, credo opportunoi sottoporvi, egregi nobili consorti, il mio umile e disinteressato parere".
Dopo aver ricordato anch’egli i documenti di fondazione del beneficio, molto probabilmente rifacendosi alle ricerche di Ongaro, suggerì alla nobile famiglia l’unica soluzione possibile, la rinuncia al giuspatronato anche in riferimento ai cambiamenti storici che nel frattempo erano avvenuti
Da quando però il defunto parroco mio antecessore don Antonio Zearo di cara ed indimenticabile memoria, con suo sacrificio personale e con il generoso concorso di tutti i fedeli, edificò la nuova chiesa parrocchiale nel centro topografico della parrocchia, le cose sono radicalmente mutate.
E qui devo ricordare con sentimento di vera gratitudine il gesto munifico e religiosissimo del non mai abbastanza compianto marchese Paolo di Colloredo, che spontaneamente donava al parroco don Zearo il terreno di sua proprietà sul quale la nuova chiesa parrocchiale venne edificata. Il defunto marchese, intuendo i tempi, comprendeva l’importanza della nuova chiesa parrocchiale in luogo centrale e ciò per mantenere l’unità della parrocchia. Ho ricordato questo fatto per dimostrare come, mutati i tempi e le condizioni, sarebbe un danno grave continuare a mantenere divisioni e separazioni che sono sempre esiziali al bene delle anime. Non dobbiamo dimenticare il motto del Santo Pontefice Pio X, salus animarum suprema lex esto. Ed è per questa suprema lex e non mai per spirito di accentramento e per desiderio di distruggere ed annientare istituzioni venerabili per antichità e benemerenze che io, quale parroco di Lauzzana, faccio a voi, nobili consorti, le seguenti proposte.
La sua non fu una pia esortazione, ma un documento completo nei termini e nei riferimenti, vi si trovano citati il canone 1451 del codice di diritto canonico del 1917 "nullum patronatum ius ullo titulo constitui in posterum valide poteri" e l’articolo 25 del concordato fra la Santa Sede e il governo italiano del 1929 "lo stato italiano rinuncia alla prerogativa sovrana del regio patronato sui benefici minori e maggiori". E’ un segno dei tempi anche la forza e la coerenza con cui sostenne la sua tesi, tanto che nelle conclusioni finali sembravano definitivamente scomparsi la deferenza e il riguardo con cui ci si rivolgeva al nobile casato
A me sembra che le suesposte condizioni e proposte siano per riuscire di comune vantaggio materiale e specialmente spirituale ai nobili consorti, che, se si sono resi benemeriti della chiesa e del beneficio di Colloredo di Monte Albano nei sei secoli e più dalla sua fondazione ad oggi, aggiungerebbero alle benemerenze passate dei loro gloriosi e religiosissimi antenati, anche questa non ultima di avere definitivamente e per sempre sistemata ed assicurata l’esistenza della chiesa e del beneficio curaziale di Colloredo di Monte Albano. In pari tempo si renderebbero benemeriti della vita religiosa e sociale del paese, concorrendo a cementare quella unità e concordia sotto un unico regime pastorale, che è promessa ed arra di molto bene spirituale. "Salus animarum suprema lex esto". Ecco, illustrissimi signori nobili consorti, quanto ho creduto opportuno esporvi, col desiderio di procurare non il mio interesse personale, ma unicamente la maggior gloria di Dio ed il bene migliore delle anime, di quelle specialmente che il Signore, per mezzo dei legittimi miei superiori, mi ha affidato. Ho tutta la fiducia che Voi prenderete in benevole considerazione quanto in caritate e veritate vi ho esposto, mentre rimarrò sempre a vostra disposizione per tutte le delucidazioni sugli accordi proposti e che dovranno essere presentati all’esame ed alla approvazione dell’eccellentissima autorità ecclesiastica diocesana. L’esortazione di Erminio Paschini non sembrò aver prodotto, almeno nell’immediato, alcun riscontro nei signori di Colloredo-Mels. D’altra parte si deve anche considerare i tempi in cui il parroco di Lauzzana scriveva, forse nell’ottobre del 1940 le preoccupazioni dei Colloredo-Mels, così come di molti altri italiani, erano altre. Tuttavia non doveva passare molto tempo perché la questione trovasse una prima soluzione. Il 18 agosto 1952 gli eredi degli antichi consorti, Camillo e Paola di Colloredo-Mels e Antonio Nievo, rinunciarono al diritto di giuspatronato che era stato concesso dal Capitolo di Cividale nel 1330. Il 21 novembre 1953 l’Arcivescovo di Udine monsignor Nogara, "avendo i nobili consorti del luogo donato, con munificenza degna d’ogni lode, la dote per la stabile costituzione del beneficio parrocchiale, così anche dal Governo possa essere ottenuta la ricognizione civile; e rinunciato al giuspatronato e rimessa a Noi l’elezione del parroco" decretava l’erezione della parrocchia dei SS. Andrea e Mattia Apostoli. Il decreto ebbe effetto dal 30 novembre del 1953 (il giorno di S. Andrea, il santo che Guglielmo aveva voluto come titolare dell’originaria chiesa del castello assieme all’apostolo Mattia). Fu l’ultimo di tali privilegi a scomparire nella regione friulana, da esso derivò lo smembramento e la definizione dei territori delle due parrocchie di Lauzzana e Colloredo. Come già le anagrafi venete avevano ravvisato due le parrocchie erano sempre state, una stretta al castello e l’altra sparsa nelle varie ville del territorio comunale nonostante le anomalie della situazione: una sola era sempre stata la vicinia e i terreni appartenenti alla parrocchia erano in buona parte di proprietà dei conti. Con il concordato del 1984, entrato in vigore nel 1986, è avvenuta l’unione delle due parrocchie: il tempo e le mutate situazioni storiche hanno risolto l’annosa questione, ed oggi l’attuale parroco risiede nella canonica attigua alla chiesa di Colloredo mentre la maggior parte delle attività pastorali si svolge nelle pertinenze annesse alla chiesa di Lauzzana così come avevano a loro tempo immaginato ed auspicato l’abate Domenico Ongaro e monsignor Giuseppe Vale, o almeno così ci piace pensare.



Note

¹ Domenico Antonio Ongaro era nato a San Daniele il 14 aprile 1713.
La famiglia godeva di una discreta disponibilità economica e sia lui che i fratelli poterono seguire un corso di studi regolari. A San Daniele esisteva, fin dal sec XIV, una tradizione consolidata di maestri di grammatica, scuola nota anche fuori del Friuli; vi avevano insegnato personaggi non ignoti come Emiliano Cimbriaco, Giovanni Pietro Astemio, Girolamo Sini.
Presso questa scuola, secondo il Liruti, si sarebbe formato l’Ongaro, avendo per maestri il dottore Carlo Pantaleone e l’abate Giusto Comisso, che risultano effettivamente insegnare a San Daniele tra il 1720 e il 1737.
Doveva essere dotato di grandi capacità e dovette trarre straordinari profitti dai suoi studi se già nel 1733, a soli vent’anni, dopo l’ordinazione sacerdotale, lo troviamo precettore nel Collegio dei nobili di Parma, poi nelle scuole pubbliche di Gemona e infine nel seminario arcivescovile di Udine nel 1738, dove ebbe la cattedra di retorica e divenne prefetto degli studi nel 1740.
Nel 1757 ottenne la nomina a cappellano curato di Colloredo di Monte Albano, beneficio che mantenne fino alla morte, sopraggiunta il 24 marzo del 1796, non rinunciando all’incarico di Colloredo nemmeno quando l’Arcivescovo Gradenigo, con insistenza, gli offrì un canonicato nella cattedrale udinese. Possiamo immaginare che la quiete e la tranquillità di quel luogo fossero il contesto ideale per i suoi amati studi, mentre la cura pastorale dei suoi fedeli non doveva portargli via molto tempo ed i contatti con i nobili Colloredo erano certo fonte di arricchimento culturale. Egli probabilmente analizzò con cura gli archivi di quell’antica famiglia e per i Colloredo egli compose, in diverse occasioni, soprattutto quelle nuziali, componimenti poetici nei quali trasfondeva la sua scienza storica, teologica e morale.
Certo l’Ongaro non ebbe troppa fortuna con le sue carte: aveva, infatti, istituito erede fidecommissaria della sua ricca libreria la comunità di San Daniele, che però mai, se non in minima parte, ne venne in possesso. Egli attestò nel suo testamento: "con lo studio indefesso e la non mai interrotta industria mia sono arrivato ad unire un corpo non indifferente di buoni e rari libri, e di non pochi codici manoscritti, che insieme formano una piccola sì, ma scelta, pulita, pregevole libreria della quale costituisco erede fede-commissario la comunità di S. Daniele quale non equivoca testimonianza del mio costante patriottismo". Con questo testamento del 28 giugno 1786, sotto condizione di stretto fidecommesso, l’abate lasciò alla sua famiglia la propria libreria avvertendo che, se fossero mancati legittimi discendenti maschi, questa dovesse passare senz’altro alla pubblica biblioteca di San Daniele, alla quale gli eredi dovevano subito dopo la sua morte consegnare un inventario perfetto di quanto contenuto in essa. Ma gli eredi, scrive il Narducci, approfittarono dello scioglimento del fedecommesso recato dalle leggi italiche e vendettero questa preziosa libreria disperdendola un po’ ovunque.
Secondo quanto riportato dal Mazzatinti, alcuni dei manoscritti del fondo Ongaro andarono divisi nelle raccolte private udinesi Caiselli, Bartolini, Joppi e quindi entrarono a far parte della Biblioteca Comunale di Udine, le prime due conservate nel Fondo Principale e la Joppi nel Fondo omonimo.

² Il documento di fondazione della chiesa così come il manoscritto con il testamento di Gugliemo che certamente l’Ongaro potè consultare in originale facevano parte di un ricchissimo Archivio appartenente alla famiglia Colloredo,; dopo il terremoto del 1976, che distrusse buona parte del castello, tali documenti andarono dispersi. Parte furono venduti, parte vennero trasferiti presso archivi di altri rami della famiglia. Il testamento di Guglielmo e quello di suo figli Mattiusso (28 maggio 1330, lascia al prete di S. Andrea la casa presso la chiesa e il broilo annesso), si trova nell’Archivio Colloredo, S. Maria La Longa. busta Testamenti, fascicolo Chiesa di Colloredo.

³ Giuseppe Vale (Gemona del Friuli 1877-Udine 1950), ordinato sacerdote nel 1900, insegnò latino e storia nel seminario di Udine, dopo una breve esperienza pastorale che lo portò in diversi paesi della diocesi (fu cappellano a Caporiacco dal 1906 al 1918) divenne canonico della metropolitana e direttore della biblioteca arcivescovile. La sua bibliografia è ricchissima e riguarda tutta la regione, fu definito l’archivio vivente della storia ecclesiastica friulana. A lui si deve il riordino della biblioteca civica e di vari archivi parrocchiali e privati di Udine dopo l’invasione austro-ungarica e la conseguente devastazione. Altre notizie sul Vale si possono trovare in Giuseppe Del Bianco, Mons. Giuseppe Vale, "Sot la Nape", II, n.4, 1950, pp. 22-26; Pio Paschini, "Memorie Storiche Forojuliensi", XL, 1952-1953, pp. 288-289.

(nota 4) Erminio Paschini, nato a Cividale nel 1877 e ordinato sacerdote nel 1905, fu parroco di Lauzzana dal 1932 al 1943, anno della morte, queste la poche notizie che si ricavano dall’ Annuario dei sacerdoti dell’arcidiocesi di Udine anni 1934-1944, Udine, 1944. Il suo memoriale si trova nell’archivio parrocchiale di Colloredo M.A.