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Archivio Curia vescovile di Udine
Luca Olivo
Inventariazione del fondo archivistico denominato "Rosazzo"

Introduzione
L’Abbazia di San Pietro di Rosazzo (brevi cenni storici)

L’epoca della prima lotta per le investiture (1076 – 1123) vide un gran fiorire di fondazioni monastiche entro il territorio del Patriarcato di Aquileia: monasteri di Millstatt, di Arnoldstein, di San Paolo di Lavanthal (Carniola Superiore), di San Lamberto di Friesach, di Santa Maria di Iuna a Eberndorf, del monastero o chiesa canonica di Sant’Odorico sul Tagliamento, di San Martino di Summaga (nei pressi di Portogruaro). Il 9 giugno del 1118 furono dedicati a San Gallo il monastero e la chiesa di Moggio. Lo scopo della fondazione dei monasteri non era solo quello di creare centri di grande richiamo spirituale e culturale: accanto a ciò, infatti, si cercava di venire incontro alle esigenze, anche spicciole, connesse alla vita quotidiana delle popolazioni che risiedevano immediatamente vicino ai nuovi enti ecclesiastici. Questi in breve acquisirono notevole prestigio, potere e risorse economiche. Di particolare favore fu oggetto anche l’antica Abbazia della Beligna sorgente presso Aquileia (*1).
Pare che un monastero a Rosazzo fosse voluto dal patriarca Sigeardo pochi anni prima della sua morte avvenuta nel 1077. Di ciò però non v’è notizia sicura. Sembra ricorrere anche la figura del patriarca Federico (il boemo Swiatobor, preposto di Brünn in Moravia, assassinato nel 1086 da sconosciuti), e nella fondazione e nella prima dotazione di beni del nuovo monastero (*2). Questo fu effettivamente fondato negli anni del sorgere dell’Abbazia di Moggio. Il duca di Carinzia Marquardo di Eppenstein e sua madre Beatrice assegnarono alcuni beni per il futuro monastero. Concorsero anche il conte palatino di Baviera Aribo, il conte Lodovico del Friuli e Udalschalk di Lurn. Il patriarca Enrico vi costruì la chiesa di San Pietro, vi immise i chierici agostiniani ed assegnò al nuovo monastero il territorio sito intorno al colle, appunto, di Rosazzo. Il patriarca Vodolrico I vi installò invece i benedettini che fece venire da Millstatt ed aumentò la dotazione patrimoniale con la donazione della chiesa di Sant’Andrea presso Capodistria con tutti i suoi beni. Quando gli Spanheim divennero duchi di Carinzia al posto degli Eppenstein Rosazzo divenne loro fondazione famigliare e molti di loro fecero consistenti donazioni. Il primo abate fu Geroldo, benedettino, consacrato nel 1080 dal patriarca Ulderico. Nel 1100 circa il patriarca Vodalrico donò all’Abbazia anche la chiesa di San Giovanni di Cormòns.
I primi a detenere l’avvocazìa furono, appunto, gli Eppenstein cui subentrarono i conti di Gorizia che, oltre a donare copiose sostanze, nel secolo XIV avanzarono la pretesa di essere i veri fondatori dell’ente (*3) . Nel 1135 il patriarca Pellegrino unì alla giurisdizione spirituale dell’Abbazia, che inizialmente ricopriva un territorio non molto vasto, la pieve di Buttrio: così l’ente accrebbe ulteriormente la sua importanza visto che alla soppressa pieve di Buttrio appartenevano le ville (*4) di Manzano, San Giovanni al Natisone, Percoto, Pavia, Camino, Soleschiano che andarono ad aggiungersi alle ville già in precedenza soggette all’Abbazia come Corno (coi luoghi circonvicini), Brazzano di Cormòns, Pradamano e Rizzolo di Reana del Roiale (*5) . Nel 1136 il patriarca Pellegrino concesse all’Abbazia le decime che la chiesa percepiva sul territorio eccetto le somme per i sacerdoti (*6). Negli ultimi anni del patriarca Vodolrico II venne riconfermata la giurisdizione del patriarcato sull’Abbazia ad opera di papa Alessandro III (*7) .
L’abate di Rosazzo, assieme ai laici ed agli enti ecclesiastici detentori di feudi, faceva parte della Curia feudale del Patriarca in quanto suo diretto vassallo. La Curia aveva potere di giudicare cause civili e criminali nell’ambito della sua giurisdizione. Parallelamente l’abate era chiamato anche a far parte del Parlamento friulano nella classe del clero (*8). L’abate inoltre era consultato dal patriarca per la risoluzione di importanti negozi giuridici (*9) . Nel 1423 papa Martino V ridusse l’Abbazia a commenda nominandone abate commendatario, cioè non residente ma ugualmente percipiente le rendite, il cardinale Antonio Pancera, patriarca di Aquileia. Otto anni dopo l’Abbazia fu coinvolta nella lotta tra l’ultimo patriarca Lodovico di Teck, alleato al re d’Ungheria, e la Repubblica di Venezia per il possesso definitivo del Friuli, del resto veneziano già dal 1420 (*10) . Venne bruciata completamente dalle soldataglie del duca di Brunswick il 30 luglio del 1509 durante le operazioni belliche connesse alla guerra della Lega di Cambrai (*11). Nel medesimo periodo inoltre si registrò un deciso declino della vita religiosa in tutto il Friuli, in concomitanza con il periodo di guerre quasi ininterrotte, cosa che contribuì ad una certa strisciante diffusione delle idee luterane, soprattutto tra la nobiltà. Gli accordi di Worms del 1521 tra Venezia e l’arciduca d’Austria provocarono la separazione dei beni fondiari dell’Abbazia in due distinte zone: una sottoposta alla Serenissima e l’altra alla casa d’Austria. Nella parte veneta del Friuli rimasero la stessa Abbazia e i mansi posseduti nelle ville di: Corno di Rosazzo, Noax, San Giovanni al Natisone, Bolzano, Brazzano, Dolegnano, Rizzolo, Rumignano, Primulacco, Reana, Tricesimo, Nimis, Visinale, Buttrio, Camino, Pagnacco, Sottoselva, Laipacco, Leonacco, Oleis, Leproso, Pasian di Prato, Martignacco, Mereto di Tomba, Sant’Andrat, Manzinello, Percoto, Flumignano, Nogaredo di Corno, Tapogliano, Ialmicco, Orsaria, Monfalcone e Parenzo. Mentre in territorio asburgico sussistevano i beni posseduti nelle ville di: Cormòns, Piedimonte (Podgora), Visco, Fratta di Romàns, Mossa, Lucinico, San Lorenzo Isontino, Medea, Versa, Romàns d’Isonzo, Villesse, Raccogliano, Bicinicco, San Vito di Crauglio, Tapogliano, Ialmicco, Vencò, Bigliana, Cerò, Albana, Dolegna del Collio, Lonzano, Mernicco, Santa Croce. Inoltre l’Abbazia vantava beni anche nelle seguenti ville, ora territorio della Slovenia: Gabrovizza, Tomasevizza, Cernizza, Parenzo (Porec), Plezzo (Bovec), Tolmino (Tolmin), Idria (Idrij), Quisca (Kojsko), San Martino di Quisca, Canale (Kanal), Opacchiasella (Opatjeselo), Ronzina (Rocini), Descla (Deskle), Goregna (Gorenje Polje) (*12).
Dopo lunghe contese sulla nomina della persona dell’abate, che videro contrapposti la Santa Sede, la Repubblica di Venezia e l’Impero, papa Clemente IX conferì definitivamente il prestigioso incarico al patriarca Dionisio Dolfin (*13). Il titolo venne tramandato anche ai successori del Dolfin e agli arcivescovi di Udine. Nel 1752, con la soppressione del Patriarcato di Aquileia e la costituzione dell’arcidiocesi di Gorizia, l’Abbazia perse le terre che possedeva nel Friuli orientale ricadente sotto la giurisdizione spirituale goriziana (*14). L’ultimo abate commendatario fu il cardinale Angelo Maria Querini, vescovo di Brescia dal 1740 al 1764, anno della morte; dopodiché la carica passò, di diritto, all’arcivescovo di Udine.
Nel 1770 il Senato della Repubblica di Venezia decretò la chiusura dell’Abbazia e la vendita di tutti i suoi beni. La partenza dei padri domenicani colà residenti avvenne il 31 agosto ed essi furono trasferiti al convento di Cividale. La chiesa e l’ospizio furono chiusi e le chiavi consegnate a padre Antonio Corubolo che tuttavia già il giorno seguente riaprì la chiesa abbaziale al culto affidandola al sacerdote gemonese Leonardo Bonutti, con funzione anche di rappresentante dell’abate Gian Girolamo Gradenigo. Ma già il 20 febbraio il parroco di Corno di Rosazzo aveva già preso possesso in spiritualibus della chiesa (*15). Analoga sorte toccò anche alle abbazie di Moggio e di Sesto .
Per quanto riguarda la sua organizzazione interna l’Abbazia era guidata da un governatore, in stretta relazione con l’abate commendatario. Il governatore poteva essere un sacerdote ma questa non era condizione necessaria alla sua nomina, necessaria invece una profonda conoscenza del diritto e delle regole dell’amministrazione. La durata in carica era variabile: per gran parte del Cinquecento non si superavano i due anni mentre in epoca più vicina a noi le funzioni si prolungavano per un tempo indefinito: il governatore Biagio Montanucci rimase in carica per quasi quarant’anni tra la fine del Seicento e gli inizi del secolo seguente. Il governatore aveva il compito di rappresentare l’abate, vero signore feudale, e di attuarne le decisioni; parimenti rappresentava l’Abbazia nei rapporti con l’esterno. Poteva prendere provvedimenti amministrativi e sovrintendeva alla vita e al funzionamento dell’Abbazia per tutti gli aspetti che non riguardavano la sfera religiosa. Redigeva, sotto la sua responsabilità, i documenti contabili e i relativi bilanci. Presiedeva un suo tribunale civile e penale e curava i rapporti con le ville, e i loro organi di rappresentanza (decani, vicinìe) sottoposte alla giurisdizione abbaziale. Accanto al governatore operava il vicario in spiritualibus, anch’esso era nominato dall’abate e incaricato di curare la vita religiosa dell’Abbazia e dei suoi monaci. I gastaldi, in numero generalmente di due, coadiuvati dai diesmani (o giesmani) con cui sedevano in tribunale, amministravano la giustizia civile e penale ad un livello inferiore a quello del governatore. La loro durata in carica era di circa due anni e gli avvicendamenti alle funzioni della gastaldìa scandivano, come vedremo, la successione temporale dei Libri Civili. Il cancelliere, funzione che aveva una durata indefinita, da citare il caso del cancelliere Giacomo Maroldo, udinese, che a metà Cinquecento ricoprì l’incarico per una trentina d’anni, redigeva i verbali delle udienze e custodiva i relativi registri. Uno o più esattori si occupavano della raccolta dei proventi dei fitti. Accanto a queste figure istituzionali sussisteva una pletora di ministeriales, come il precone, una sorta di banditore, i guardiani dei ronchi o gli addetti alle vendemmie o dei semplici prestatori d’opera, che coadiuvavano i massimi responsabili dell’ente religioso.

Il Fondo "Rosazzo"

Dal punto di vista archivistico il Fondo “Rosazzo” risulta composto in gran parte da documenti prodotti dall'Abbazia di Rosazzo come ente ecclesiastico autonomo nell'ambito della sua giurisdizione all'interno del Patriarcato di Aquileia. In seguito al fondo originario sono stati aggiunti anche documenti propri dell'amministrazione della mensa arcivescovile di Udine redatti a partire dal 1751 circa. L'arco cronologico, molto ampio, va dagli inizi del XVI agli Anni Trenta del XX secolo. Fisicamente il fondo in oggetto è costituito da 194 registri cui si aggiungono 297 cartolari (contenenti a loro volta varie unità archivistiche), distribuiti sugli scaffali compact n. ro 12 e 13 del deposito dell'Archivio della Curia Arcivescovile di Udine. Complessivamente si può parlare di qualche migliaio di unità archivistiche. Si deve inoltre specificare che il contenuto di ciascun cartolario è variabile. In queste infatti sono rinvenibili registri, fascicoli contenenti a loro volta un notevole numero di carte sciolte e/o fascicolate nonché vari fogli sciolti. Il tutto è stato condizionato nei suddetti cartolari nel corso probabilmente degli Anni Sessanta – Settanta del XX secolo. Inserendo le carte entro i cartolari si è operata tra di esse una distinzione soltanto, e peraltro non in maniera esaustiva, tra registri, fascicoli e fogli sciolti, compresi appunto nei cartolari, e i registri lasciati fuori cartolario e dislocati sui palchetti. Si deve inoltre osservare che ad un primo sopralluogo i cartolari presentano un contenuto estremamente vario e disomogeneo sia per quanto riguarda la consistenza cronologica (per esempio in uno stesso cartolario coesistono carte del 1500 con documenti del 1800) sia per quanto concerne gli oggetti trattati (per esempio carte riguardanti l'amministrazione del patrimonio frammiste a documenti processuali). Risulta infine che alcune carte pertinenti all'Abbazia sono state assegnate ad altri fondi archivistici.
Per questo primo lotto di lavori si è deciso di esaminare e schedare le unità pertinenti alle serie dei Libri Civili quindi dei “Rottoli” (*17) d’amministrazione. Il contenuto di tali documenti costituisce non solo il nocciolo del potere dell’ente ma anche il mezzo fondamentale attraverso cui l’Abbazia si poneva in relazione con terzi e attraverso le forme del diritto civile costruiva con essi innumerevoli rapporti giuridici. Infatti tali unità archivistiche sono insostituibile testimonianza dell’estensione e dell’entità complessiva di quello che fu il patrimonio fondiario di un ente ecclesiastico che riuscì ad estendere la sua giurisdizione in una vastissima area da Plezzo al mare e da Udine a Parenzo, nel cuore del Patriarcato di Aquileia. Attraverso gli innumerevoli negozi giuridici messi in atto nel corso dei tre secoli qui descritti l’Abbazia si metteva in contatto con le realtà delle comunità locali, stimolando e facendo spesse volte da traino alla vita economica, ancora profondamente agricola, di diverse zone. I Libri Civili consentono poi di avere un quadro abbastanza esaustivo sia dal punto di vista temporale, data la loro notevole continuità cronologica, sia dal punto di vista fattuale e procedurale dei vari aspetti e ambiti di applicazione del diritto civile e processuale civile dell’epoca, ancora profondamente condizionato dall’eredità del diritto romano. Un loro approfondito esame consentirebbe di individuare il quadro normativo e consuetudinario entro cui si muovevano coloro che amministravano la giustizia civile per conto dell’Abbazia, di definire competenze e funzioni dei giurisdicenti e le istanze dei vari privati che a loro si rivolgevano. Parallelamente sarebbe possibile individuare i modi di funzionamento e gli ambiti di intervento degli organi di una tipica giurisdizione ecclesiastica nonché la dinamica dei rapporti tra gli organi centrali della stessa giurisdizione e i suoi rappresentanti periferici presso le ville ricadenti entro il suo ambito territoriale. La lettura dei Libri Civili, infine, offrirebbe anche uno spaccato della vita quotidiana delle popolazioni friulane tra Cinque e Settecento.
Il contenuto dei Libri Civili può essere considerato, quindi, come la necessaria base giuridica degli oggetti dei “Rottoli” d’amministrazione. Il termine, di uso antico ed ampiamente riscontrabile tra i documenti esaminati, indica genericamente dei registri e delle vacchette impiegati per la monitorazione della contabilità ordinaria, appunto quella che allora era intesa come “amministrazione”. Si è quindi deciso di mantenere questo termine inalterato e di indicare così tutti i registri economici esaminati. Questi, a loro volta, possono fornire un utile strumento di studio dei metodi di riscossione dei corrispettivi che i fittavoli dovevano versare all’Abbazia a vario titolo per il godimento e l’uso degli immobili appartenenti all’Abbazia stessa: campi, case, ecc. Altri possibili percorsi di ricerca possono aver ad oggetto studi statistici sull’andamento produttivo dell’area sottoposta alla giurisdizione abbaziale dal punto di vista quantitativo ma anche qualitativo. Altri percorsi ancora potrebbero avere ad oggetto l’andamento demografico delle zone interessate.
Sono così stati dapprima schedati i Libri Civili e conseguentemente i “Rottoli” d’amministrazione. Si è proceduto dunque ad un’articolazione e descrizione delle due serie rilevate e ad una schedatura sistematica di ogni unità archivistica:registri, vacchette, fascicoli sciolti. È stato utilizzato il software Arianna 2.0 realizzato dalla Hyperborea s.c.a.r.l. di Pisa già in dotazione agli Archivi Diocesani e basato sugli standards internazionali ISAD (G) (*18) e ISAAR (CPF) (*19). Di ogni scheda sono stati indicati i seguenti elementi:
• numero progressivo di ciascuna unità;
• titolo, posto generalmente sul piatto anteriore della copertina. In caso di sua mancanza è stato attribuito un titolo che richiamasse quello di documenti analoghi;
• tipologia di materiale (registro, vacchetta, fascicolo sciolto) e condizionamento attuale;
• descrizione del contenuto di ciascuna unità;
• datazione (certa o attribuita);
• segnalazioni di danni.


Note: (*1)Pio Paschini, Storia del Friuli, Udine 2003 (ristampa), pp. 244 – 247.
(*2)Ibidem, pp. 235 e 238.
(*3)Pio Paschini, Storia del Friuli, cit., pp. 244 – 245.
(*4)Il termine probabilmente deriva dal friulano -vìle- dal significato di villaggio o gruppo di case con chiesa, che si presta bene ad individuare le caratteristiche morfologiche degli insediamenti di allora, oltre ad essere ricorrente nei documenti.
(*5)Pio Paschini, Storia del Friuli, cit., p. 338.
(*6)Ibidem, pp. 255 – 256.
(*7)Ibidem, p. 275.
(*8)Ibidem, p. 367.
(*9)Ibidem, p. 335 e p. 360.
(*10)Ibidem, p. 752.
(*11)Ibidem, p. 776.
(*12)Michela Cadau, L’Abbazia di Rosazzo. Possessi fondiari e potere signorile nel Cinquecento, Udine 1989, pp. 44, 47, 58 – 59.
(*13)Pio Paschini, Storia del Friuli, cit., p. 848.
(*14)Ibidem, p. 854.
(*15)Cfr. registro “Rottolo di Rosazzo 1770 – 1771 – 1772”.
(*16)Pio Paschini, Storia del Friuli, cit., pp. 856 – 857.
(*17)Il termine, di uso antico ed ampimanente riscontrabile tra i documenti esaminati, indica genericamente dei registri usati per la contabilità ordinaria, appunto quella che era intesa in senso lato come “amministrazione”. Si è quidi deciso di mantenere questo termine inalterato e di indicare così tutti i registri economici esaminati.
(*18)La traduzione italiana delle ISAD (G), “Rassegna degli Archivi di Stato”, LV (1995), 2-3, pp. 392-413.
(*19)ISAAR (CPF). Lo standard internazionale per documenti archivistici d’autorità di enti collettivi, persone e famiglie, “Archivi & Computer. Automazione e beni culturali”, V (1995), 2, pp. 111-136.

Luca Olivo