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Il catapan di Rizzolo in Friuli (1307-1610)
Il Catapàn è una sorta di "obituario" o "necrologio", in cui vengono annotati, seguendo l'ordine dell'anno liturgico, i nomi di benefattori o confratelli defunti di un'istituzione religiosa (parrocchia o monastero o capitolo di canonici o altro) da ricordare nel corso delle celebrazioni liturgiche, in particolare nella messa, con relativi obblighi di elemosine nel nome e per conto degli stessi defunti. Non c'è ancora accordo sull'origine del termine "catapàn". C'è chi lo fa derivare dal greco "katà pànta" (in tutto o di tutto, Giuseppe Vale) oppure, come Cesare Scalon, da "accattapane o accattatozzi, pezzente che va accattando tozzi di pane per limosina" (dal Dizionario veneto del Boerio). Dunque, un'origine popolare per dire libro o registro delle elemosine e dei lasciti. In Friuli quest'uso era molto diffuso nell'età di mezzo, al punto da far auspicare allo studioso Guglielmo Biasutti "un accurato inventario" di tutti i catapani del Friuli, anche di quelli perduti. Tale interesse ha molteplici risvolti: storico, sociale, economico, culturale, liturgico. I catapani, infatti, possono essere considerati scrigni di microstoria, dove aspetti linguistici, il latino medievale contaminato dal volgare, s'intrecciano con la toponomastica e l'antroponimia, i nomi dei luoghi insieme a nomi e soprannomi di persona. C'è chi già ha messo in evidenza la preziosità di questa testimonianza di contaminazione lessicale tra la scrittura latineggiante, più che latina, e il volgare, la lingua parlata e compresa dalla gente. Una "rusticità" che non va confusa con "incultura" di chi scrive, ma con la necessità di adattare lo scritto con il linguaggio parlato e compreso dai testatori o dai testimoni o dalle parti in causa.
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Dunque, il catapàn anche come prezioso lacerto del friulano delle origini. C'è di più nel Catapàn. Gian Paolo Gri sottolinea una funzione antropologica importante di questi registri, quella di cucire il legame tra i vivi e i defunti, quella di evidenziare un intreccio di relazioni essenziali per l'autoidentificazione di una comunità, di una famiglia ma anche dei singoli. Dunque il catapàn come strumento fondamentale di memoria collettiva o comunitaria, dell'identità paesana e anche personale. Come anche disvelamento di un universo culturale, dove i defunti non vengono irrevocabilmente congedati dalla vita, ma restano titolari di diritti e di doveri, a tal punti presenti da "pesare" sui vivi. E allora il catapàn diventa un prezioso testimone di quel particolare ordine sociale e spaziale che veniva garantito dalla verticalità generazionale.
Il Catapàn si presenta alfine come imprescindibile anello documentario dell'identità culturale di tutto un popolo, una spia straordinaria di tutti quegli elementi che vanno a comporre il suo orizzonte di autocomprensione.
Lo studio di Gabriele Ribis va apprezzato proprio per questo recupero ragguardevole di memoria storico-antropologica. Esso può ben inscriversi nel più ampio lavoro organico di inventariazione degli archivi parrocchiali, promosso e diretto dall'Istituto Pio Paschini di Udine, con il quale molti giovani ricercatori friulani collaborano. Esso è anche un esempio e uno sprone per la nostre comunità, a meglio conservare il patrimonio archivistico e documentario, per meglio considerare e valorizzare la propria identità. E' uno strumento prezioso per gli studiosi, che in tal modo possono ancor più approfondire il tracciato della storia e della cultura del popolo friulano, finora per lo più nascosto in tante fonti inesplorate.
Il Catapàn di Rizzolo (Riçûl, da Rivuciolum, piccolo corso d'acqua) comprende un periodo che va dal 1307 al 1610, ma in realtà è testimone di datazione più antica. G. Ribis non l'ha soltanto trascritto, ma anche studiato, ricavandone notazioni importanti riguardo al testo, alla gente di Rizzolo e dintorni, al territorio, alla lingua, al significato più ampio dei legati e, dunque, alla personalità dei beneficiari. Fuoriescono indizi di straordinaria valenza non soltanto per quanto riguarda la chiesa dei Ss. Ilario e Taziano, cui il Catapàn principalmente si riferisce, ma soprattutto per uno squarcio sulla vita friulana di quel territorio in quei trecento anni di documentazione. I nomi dei luoghi (Blatta, Armenterezze, Ciaranda, Semigella, Semìde, Zelada, Stagnà, Braida da Chiesa, Campo de Prat…), ma anche i nomi di persona, tra cui ricordiamo soprattutto la ricorrenza di Sabida (o Sabbata, Sabata, Sabecta, Subeta), per ben 17 volte. Fatto che avrebbe non poco gratificato gli studi di G. Biasutti e del suo eponimo G. Pressacco, come testimonianza o, se si vuole, conferma d'una diuturna tradizione giudeo-cristiana della chiesa aquileiese, probabilmente delle stesse origini giudeo-cristiane del cristianesimo aquileiese.
Il Codice membranaceo del Catapàn di Rizzolo offre anche altre curiosità d'indubbio interesse storico-sociale: la mobilità della gente in quei secoli, la trama della società di un piccolo paese fondata sulla centralità della famiglia numerosa e allargata, la partecipazione attiva di tutta la comunità a favore della sua chiesa ritenuta un bene suo, in cui riconoscersi e per il quale mobilitarsi, i periodi di floridezza e quelli di magra (durante l'invasione turca, ad esempio), le coltivazioni del tempo (in particolare il frumento) e le devozioni (alla Madonna, soprattutto).
Il lavoro di G. Ribis è corredato, nella seconda parte, di tutte quelle informazioni che risultano scientificamente indispensabili per ulteriori ricerche: non soltanto la descrizione del manoscritto e la sua trascrizione, ma anche un glossario, seguito dall'indice delle fonti edite e inedite, dei nomi, degli autori, dei luoghi e delle persone. Nella prima parte, invece, il Ribis ha cura di introdurre uno studio critico sulle informazioni del Catapan, con brevi excursus sulla gente, sul territorio, sui legati e sui beneficiari. In tal modo, questo studio diventa non soltanto occasione di salvaguardia e valorizzazione di un patrimonio storico-culturale di un paese, ma soprattutto un anello importante della microstoria del Friuli, senza la quale non sarebbe possibile, se non in modi deficitari, alcun delineamento della macrostoria.
Mons. Duilio Corgnali
Presidente dell'Istituto Pio Paschini
Il catapan di Rizzolo in Friuli, 1307-1610 / [a cura di] Gabriele Ribis - Udine : Istituto Pio Paschini, 2002 - 157 p. : ill. ; 24 cm - Fonti per la storia della Chiesa in Friuli ; 6. - ISBN - 88-879-4810-0
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Elisabetta Pozzetto - Luciano Berini
Il vescovo di Segna (Croazia) ospite della parrocchia di Rizzolo per la pubblicazione dell’antico registro
Nell'occhiello: Catapan, storia che vive
"La Vita Cattolica", 9 marzo 2002. |
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Duilio Corgnali
Mons. Corgnali: «E' un esempio e sprone per le comunità a conservare meglio il patrimonio archivistico»
"La Vita Cattolica", 9 marzo 2002. |
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Vittoria Masutti
Recensione a: G. Ribis, Il catapan di Rizzolo del Friuli
(1307-1610), "Memorie storiche forogiuliesi", LXXXII (2002), pp. 276-278.
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