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Lettere di Carlo Michele d'Attems a Franz Xaver Taufferer (1764-1773) Il lavoro presenta l'edizione critica delle lettere scritte, negli anni compresi tra il 1764 e il 1773, dal primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d'Attems, all'abate del monastero cistercense di Stična (Slovenia), Franz Xaver Taufferer. L'epistolario si dispiega nell'arco di un decennio, dal 1764, anno della nomina del Taufferer ad abate, al dicembre del 1773, pochi mesi prima della morte dell'Attems.
Si è scelto di studiare e di pubblicare questo epistolario in quanto permette di cogliere in una prospettiva originale le figure dei due protagonisti. Ciò avviene sia perché esso, collocandosi in un contesto d'amicizia (e l'amicizia che ha unito l'Attems e il Taufferer ha trovato il suo luogo privilegiato di espressione nello scambio epistolare), permette di meglio cogliere l'animo di una persona, sia, e in particolare, per il contenuto specifico di tale fonte.
Essa, infatti, fornisce nuove indicazioni su un contesto complesso e composito, quale quello della vasta arcidiocesi di Gorizia che, a metà Settecento, si estendeva a Est fino alle prime pianura della Pannonia, a Nord giungeva fino alla Carinzia, mentre a Sud lambiva il confine con la Croazia, ricalcando i confini dell'antico Patriarcato d'Aquileia, appena soppresso. Inoltre, l'epistolario permette di accedere a conoscenze inedite, in particolare modo per quanto riguarda l'arcidiaconato di Stična e il suo arcidiacono, Franz Xaver Taufferer , appartenente a una delle famiglie più in vista della nobiltà carniola, residente nel castello di Višnja Gora, distante pochi chilometri dall'abbazia stessa.
Il saggio introduttivo si apre con una panoramica sulla vita di Carlo Michele d'Attems, primo arcivescovo di Gorizia, del quale si cerca di delineare, con brevi pennellate, la figura e l'intensa azione pastorale. Accanto all'Attems compare anche, seppur filtrata dalla mediazione delle lettere di cui fu destinatario, la figura del Taufferer, il quale fu non solo arcidiacono di Gorizia, ma, in primo luogo, abate di Stična, il monastero più antico ed importante della Slovenia. Fino alla sua soppressione, avvenuta nel 1784 per decreto di Giuseppe II, il monastero era stato uno dei centri culturali più significativi dell'intera Carniola, e il suo abate il prelato più in vista della regione. Di questa figura, di cui le fonti a stampa ben poco ci conservano, e del suo operato è stato possibile ricostruire le linee di tendenza pastorali e spirituali, come anche i problemi con i quali dovette confrontarsi, proprio grazie allo studio dell'epistolario che qui viene presentato.
Dopo la presentazione dei due personaggi, si passa all'analisi dell'epistolario e allo studio del suo apporto alla conoscenza della vicenda culturale e religiosa della regione nel Settecento. Nelle lettere infatti compaiono, oltre a problematiche strettamente legate all'attività pastorale di entrambi i personaggi, temi vari e compositi, quali la politica "riformista" di Maria Teresa e le inevitabili conseguenze che essa porta soprattutto nella vita religiosa del tempo; la preparazione e lo svolgersi del Sinodo del 1768; la vita "quotidiana" e municipale non solo di una Gorizia a metà Settecento, ma che si dilata fino ai confini della nuova arcidiocesi; questioni teologiche inerenti a contrasti fra gesuiti e giansenisti, etc.
Non solo ci si è soffermati sulla figura dell'Attems, cogliendo quelle che forse possono configurarsi come nuove linee di studio, quali l'influenza della spiritualità di S. Francesco di Sales sull'opera del prelato, ma lo si è potuto osservare anche nella sua quotidignità e nella sua umanità forse più nascoste.
Interessanti sono risultate le nuove conoscenze a proposito del Taufferer, una figura anch'essa molto complessa, che ora acquista nuova luce, e non solo in una dimensione locale.
Certamente per la storia di questi territori non si può prescindere dalla loro collocazione in un contesto "imperiale", simile quindi, per storia e tradizione politica, a quella più vasta dell'impero. Il presente lavoro ha consentito a chi scrive - e vorrebbe aiutare il lettore in un percorso analogo - di avvicinarsi a un periodo problematico, in continua evoluzione, quale quello tereso-giuseppino, con fonti dell'epoca e aprendo prospettive concrete sulla storia religiosa e politica non solo dell'area compresa nell'arcidiaconato di Stična, ma dell'intera Carniola d'allora.
Attraverso lo studio del tessuto particolare di un arcidiaconato, si è potuti risalire "dalla "periferia al centro", cogliendo, pur nel loro piccolo, quelle linee di tendenza religiose, sociali e politiche che si distendono al di là di esso e permettono di comprendere un'intera regione, quale poteva essere la Slovenia di metà Settecento nel contesto della novella arcidiocesi di Gorizia.
Prefazione
La pubblicazione delle lettere che il vescovo di Gorizia Carlo Michele d'Attems scrisse a Franz Xaver Taufferer, abate di Stična, negli anni Sessanta-Settanta del Settecento è molto utile e opportuna per un complesso di ragioni, che rendono molto interessanti i due corrispondenti.
Si tratta infatti di due ecclesiastici nati in decenni di Antico Regime saldo e maturo, non ancora percorso da grandi fremiti innovatori, e che poi hanno vissuto con inquietudine e scoramento la svolta del "Settecento riformatore", specie in materia ecclesiastica; la loro vita si svolge sul crinale tra tarda pietà barocca e decenni "illuminati", crinale che divide una lunga e tradizionale concordia Chiesa-Impero da un ruvido conflitto tra questo e Roma, il Papa, la Curia.
Entrambi sono stati in gioventù allievi dei gesuiti, entrambi hanno studiato teologia a Roma, di cui conservano per tutta la vita un ricordo commosso e luminoso, e vedono poi il declino irrimediabile, fino alla soppressione, della Compagnia di Gesù e delle sue scuole, e assistono allo sviluppo di una teologia e di un pensiero giuscanonistico che nega i valori e i contenuti di cui la loro formazione si era nutrita. Anche in questo la loro vicenda umana e sacerdotale attraversa uno spartiacque, che ha nelle lettere risonanze significative.
Ma non è solo per queste ragioni che essi appaiono come uomini posti all'incontro di esperienze culturali diverse: essi lo sono, principalmente, per l'ambiente umano in cui vivono, una diocesi in cui si incontrano e si intrecciano tre "etnie" (italiana, tedesca, slava), si parlano tre o quattro lingue (quattro se si conta il friulano), si affiancano confessioni (o addirittura fedi) diverse: cattolici, protestanti, ortodossi ed ebrei, specie nelle città del litorale. Per questo essi, posti a fare da pastori in una diocesi multietnica, parlano correntemente almeno tre lingue; le loro famiglie, alquanto diramate, hanno terre, castelli, palazzi in tutte e tre le diverse aree linguistiche e vivono pacificamente il carattere multiculturale e multietnico di quella singolare porzione dei domini asburgici, con forte fedeltà alla grande Monarchia che tutti abbraccia e fa convivere. Con il più grande rispetto per la diversità di tempi e situazioni, in questa Europa multiculturale e ora allargata a est, non sono pochi, anche sotto questo profilo, i motivi di interesse e simpatia per questi uomini e la loro esperienza, che ci mostra come si potesse convivere (pur non senza problemi) prima del prepotente affermarsi del nazionalismo nel secolo XIX.
Il carteggio edito può a tutta prima apparire un documento non di primissimo piano: ben altri corrispondenti aveva il vescovo Attems, e tra questi in primo luogo l'Imperatrice, e parrebbe ragionevole cercare nelle lettere a Lei un documento più significativo; ma proprio il carattere "privato" delle lettere a Taufferer, il ruolo e la qualità umana dei due corrispondenti le rendono invece molto efficaci come "via privilegiata" per accedere all'animo e al sentire di quel mondo e di quell'ambiente.
Il contesto umano e culturale è quello della nobiltà degli stati asburgici, i cui valori, le pratiche sociali, i percorsi formativi si riflettono in modo esemplare nei due corrispondenti, entrambi partecipi di un forte sentire aristocratico-cavalleresco, riassunto in icastiche parole dal fratello di Carlo Michele d'Attems: "adempiere agli obblighi, ai quali vi astringe la nascita, verso la virtù ". Gli studi sono rigorosamente compiuti nei seminaria nobilium, nei collegi degli ordini religiosi dove un contesto internazionale ed elitario di docenti e condiscepoli creava l'ambiente migliore per la formazione del gentiluomo: per Attems a quello austriaco e gesuitico di Graz si aggiunse quello italiano di Modena, secondo un aristocratico e antico costume di peregrinatio studiorum, che si conclude con gli studi teologici a Roma, una volta manifestata la vocazione sacerdotale. Anche Taufferer, allievo dei gesuiti a Lubiana, fece gli studi teologici a Roma, nel Collegio Germanico della Compagnia di Gesù, l'antico e prestigioso istituto dove si formava buona parte della nobiltà austroboema che aveva scelto la via ecclesiastica.
La frequentazione romana, non solo per via degli studi teologici, ma per i rapporti col mondo ecclesiastico, nobiliare, letterario, artistico, segnò indelebilmente questi due giovani ecclesiastici delle terre imperiali, che ebbero sempre, anche nella piena maturità, una commossa considerazione e un profondo affetto e rispetto per il centro della cattolicità, dove peraltro poterono fare incontri intellettuali e teologici di grande significato: il circolo giansenista dell'Archetto, i cenacoli teologici che vi si opponevano, la grande stagione culturale di Benedetto XIV. Le loro famiglie, numerose e, a quanto pare, "arcaicamente" aliene alle pratiche malthusiane che contrassegnavano in quei decenni non poca aristocrazia delle città riformate, indirizzavano al sacerdozio o all'esercito quei maschi che non erano destinati al governo della casa e della signoria feudale (come, invece, i primogeniti). Entrambi avevano nella loro stessa parentela non pochi canonici, abati, vescovi. Si potrebbe essere facilmente tentati di parlare della loro "vocazione" come del frutto di "strategie familiari", ma vi si oppone la limpida vicenda umana e la qualità della loro personalità cristiana, che sconsigliano di indulgere a facili ipotesi sociologiche; il carteggio è dunque un chiaro documento di come autentiche e fervide vocazioni siano compatibili con consuetudini sociali apparentemente poco consone con l'autenticità e la spontaneità.
Attems e Taufferer sono figli dell'antico regime, dell'Impero sacro e romano, che a est aveva efficacemente difeso l'Europa cristiana dalla allarmante espansione turca e che nella prima metà del Settecento stava riguadagnando posizione su posizione: Attems era da poco stato ordinato sacerdote quando le armi imperiali entravano a Belgrado, riconquistando all'Europa e alla cristianità buona parte della Croazia, Serbia, Bosnia. Il ruolo civile e religioso dell'Impero e dei sovrani che lo incarnavano era ben vivo e operante per questi aristocratici, le cui famiglie, le cui risorse, erano vitalmente impegnate in tale ruolo. Ne discende un vivo senso della fedeltà, dell'onore, del rapporto anche personale col Sovrano, venerato per la sua funzione a un tempo civile e sacra. Ma ne discende anche il doloroso stupore (e la difficoltà a capire) quando si delineano i primi attriti tra Vienna e Roma in materia ecclesiastica: queste lettere "private" sono lo specchio interiore dello scoramento che coglie questi devoti e leali sudditi (che erano anche ecclesiastici) davanti al nuovo corso di Vienna. « È impossibile un mutamento così sorprendente, che viene ad offuscare le luminose gesta di Sua Maestà ».
L'epistolario è anche il vivo documento di problemi e di pratiche pastorali, delle condizioni morali e intellettuali del clero in cura d'anime e dello sforzo dei vescovi per innalzarne il livello.
Attems e Taufferer hanno a che fare con situazioni che ricordano difficoltà pastorali "arcaiche", largamente pretridentine, di una Europa a popolamento rado, con cammini difficili, tra foreste e valli poco praticabili. Le parrocchie sono vastissime, hanno giurisdizione su numerosi villaggi lontani tra loro, separati da boschi. Il clero spesso vive isolato, cerca conforto nell'alcool, è carente di formazione, letture, direzione spirituale. La presenza e il governo del vescovo sono stati troppo spesso scarsi, anche per l'enormità delle distanze, per l'immensità della diocesi, che ripete una geografia altomedievale. Così il vescovo e l'abate collaborano, si consigliano, congiungono gli sforzi per essere padri e pastori e abbozzano, in tal modo, in questo colloquio, come in filigrana, un quadro della realtà del clero che avevano davanti e, insieme, un modello di sacerdote a cui si sforzano di indirizzare il loro clero, con la comprensione e la prudenza necessarie.
Questo modello è un modello alto e si ispira a fonti quali la spiritualità ignaziana (entrambi sono stati allievi dei gesuiti e partecipano del retaggio psicologico di militanza dell'Oesterreich), ma attinge anche alla sapienza salesiana e mostra vivi gli echi delle pagine muratoriane (che si andavano diffondendo nell'Austria di Maria Teresa, ma che Attems poteva aver incontrato già nella Modena dei suoi studi, dove si manifestò la sua vocazione). In ogni caso, è un modello ben lontano dalla figura del prete-funzionario imperiale del culto, che Giuseppe II imporrà negli anni del suo governo, ma che già è prefigurato durante gli anni di "correggenza" con la madre. L'epistolario documenta così la viva presenza, nell'Austria teresiana-giuseppina, di correnti di spiritualità non omogenee al modello, anch'esso alto, ma più secolarizzato e burocratico, che le leggi e le riforme degli anni Settanta e Ottanta renderanno famoso in Europa.
I due corrispondenti sono di età diversa: Taufferer ha vent'anni meno di Attems, così il rapporto prende i colori di una amichevole paternità spirituale. Una paternità affettuosa che non è lontana da accenti neotestamentari che ricordano l'invito di san Paolo al discepolo Timoteo ("bevi un po' di vino; ti fa bene allo stomaco"). Qui, però, si è in un contesto nobiliare, castellano e l'invito diventa quello ad andare un po' a caccia, a inseguire qualche cervo, per tornare poi più lieto alle fatiche pastorali.
Le abitudini nobiliari, la formazione elitaria e poliglotta, l'abitudine a parlare latino nelle scuole gesuitiche e nelle facoltà romane, frequentate negli anni d'oro della giovinezza, si riflettono anche nel linguaggio: le lettere sono ora in latino ora in francese, talvolta, ma rarissimamente in italiano. Sarebbero potute essere in tedesco, lingua ben più familiare all'ambiente; il registro espressivo è invece quello dei loro riferimenti più cari (Roma, i Collegi, gli studi, il francese di Francesco di Sales e del grand siè cle). Anche il linguaggio, dunque, concorre a fare di queste lettere il documento vivo di un ceto, di un ambiente culturale in una regione cerniera e in una svolta di civiltà.
L'edizione è accurata, filologicamente avvertita, scrupolosa a segnalare correzioni, cancellature, riscritture, aggiunte. Ci consegna infine un testo sicuro che, se ha qualche forma meno elegantemente ciceroniana (nel latino) o meno conforme allo stile del grand siè cle (nel francese), è anche per questo un prezioso documento della educazione linguistica degli aristocratici delle terre imperiali di Gorizia e Slovenia.
Xenio Toscani
Lettere di Carlo Michele d'Attems a Franz Xaver Taufferer, 1764-1773 / a cura di Vesna Cunja - Udine : Istituto Pio Paschini, 2003 - 307 p. ; 24 cm. - Fonti per la storia della Chiesa in Friuli ; 8. - SBN - 88-879-4811-9
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