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Illustri colleghi, gentili signore e signori,
è questa una stagione felice e feconda per gli studi di storia monastica. Quasi a riconoscere in essi una matrice fondamentale del suo costituirsi come scienza storica, la storiografia internazionale, sul finire del secondo millennio, dedica alla plurisecolare vicenda del monachesimo benedettino un'attenzione viva e costante: edizioni di fonti, monografie, convegni, iniziative scientifiche di alto livello, come quelle promosse dal 'Centre européen de recherche sur les congregations et les ordres religieux' o dal 'Centro storico benedettino italiano'. Rispetto al passato le indagini in questo settore presentano in Italia novità di rilievo. Molto più di quanto non accadesse solo fino ad una quindicina di anni fa, sono oggetto di ricerca epoche assai poco studiate e spesso considerate di decadenza per il monachesimo, come l'età comunale in Italia, il Trecento o l'epoca dei Lumi, che attente analisi dimostrano assai più vitali di quanto si pensasse sulla base di antiche valutazioni e di molti luoghi comuni. Superando impostazioni tradizionali, la ricerca non si concentra tanto sulla vicenda di singoli monasteri, ma piuttosto si mostra attenta all ' origine, alla diffusione, all'influenza culturale, politica, sociale, spirituale di ordini e congregazioni, oppure, aderendo a tendenze percepibili anche in altri settori della ricerca storica, introduce la dimensione regionale nello studio della storia monastica, rilevando consistenza e significato della presenza dei monaci in precise ed omogenee aree geografiche e l' eventuale contributo da essi fornito al formarsi di identità storiche regionali.

In questo contesto si inserisce anche il convegno internazionale sul Monachesimo benedettino in Friuli in età patriarcale che qui si conclude. Dopo le indagini, spesso innovative, dedicate al Piemonte, alla Liguria, alla Lombardia, al Veneto (per restare all'Italia settentrionale), ora il Friuli. Un argomento nuovo, questo del monachesimo benedettino, anche se gli studi non mancano del tutto. I nomi di Pio Paschini o, per tempi a noi più vicini, di Cesare Scalon sono risuonati più di una volta nel corso delle relazioni, ad indicare studiosi che hanno mostrato interesse per la storia monastica friulana. Eppure nuovo è il tema perchè, in quanto tale, raramente posto al centro delle ricerche storiche friulane. Nuovo perchè non affrontato globalmente e adeguatamente in rapporto all'ambito regionale. Nuovo anche su un piano nazionale, perchè, come ha ricordato opportunamente Giacomo Baroffio, il convegno ha dedicato un inusitato spazio a ciò che è proprio e irrinunciabile dell'esperienza monastica la preghiera liturgica che è canto -non affogandola e annullandola, come spesso avviene nelle ricerche di storia del monachesimo, nella dimensione politica e sociale, nella storia del potere e delle sue multiformi manifestazioni o in quella della proprietà fondiaria e dell'agricoltura e quant' altro.
Ma questo del monachesimo benedettino in Friuli è anche un argomento che ha destato qualche perplessità: lo ha ricordato Cesare Scalon in apertura di questa tre giorni. Perche parlare di monachesimo benedettino in una regione oggi priva di vita monastica benedettina? Perché scegliere un tema così 'aulico', come lo ha definito nell'intervento di saluto il sindaco di Manzano? Le risposte mi pare siano state date in maniera più che abbondante da questo convegno.
Perche? Ma perché la storia del monachesimo in Friuli è un patrimonio non accantonabile e neppure tanto evanescente. La sua presenza e consistenza è accettabile nelle realtà monumentali ( da Sesto a Rosazzo) e in quelle storico-artistiche, nel lascito spirituale e culturale, nell'influsso, esercitato in modi più capillari di quanto comunemente si creda, sulla vita delle comunità locali. Si pensi al reticolo di chiese dipendenti dai monasteri di cui ci ha parlato Flavia De Vitt. Sparse nel territorio costituivano centri di aggregazione sociale e di irradiazione di messaggi di fede nel Friuli come nella Slovenia, sulla quale ci ha intrattenuto Joze Mlinaric.
In realtà il monachesimo benedettino fa tutt'uno con la storia della regione e anzi, come ha mostrato nella sua densa relazione Reinhard Hiirtel, esso offre un contributo di primaria importanza al formarsi della sua memoria. Nel Friuli medioevale l'unica opera storiografica di qualche peso attribuibile al monachesimo benedettino è la cronachetta trecentesca di un monaco di Rosazzo (Ossalco) , che rimanda a modelli tedeschi delle cronache di fondazione (di famiglie, casate, monasteri). Ma la memoria storica si costruisce non soltanto sulla base di fonti narrative e consapevolmente indirizzate a ricostruire il passato (la memoria volontaria evocata dalla Zenarola Pastore), ma anche sulla base di fonti di altro tipo. Mancano gli annali, ma ci sono i calendari e i necrologi, dai quali si ricavano notizie su aspetti storico-istituzionali, capaci anche di trasmettere consapevolezza storica, il senso di appartenenza ad un gruppo: i nomi, i fatti, ma anche, talora, la coscienza dei fatti. E ci sono i documenti, finalizzati a necessità pratiche e non alla ricostruzione del passato (la memoria involontaria), ma fondamento di ogni opera storiografica.
In rapporto a queste fonti il contributo benedettino è imponente. Sino al 1250 su più di 3000 documenti che hanno a che fare con un patriarca o con il Friuli un quarto ha per mittenti o destinatari monaci benedettini; un terzo della documentazione complessiva è benedettino. Certo ci sono documenti e documenti: diplomi imperiali, lettere pontificie, registri, atti notarili. E ci sono anche i falsi che paradossalmente - ha rilevato Hiirtel - sono storia ricostruita e testimonianza di consapevolezza storica.
Disponiamo, insomma, di una non trascurabile quantità di fonti archivistiche, presentate analiticamente nella relazione della Zenarola Pastore, che costituiscono una base imprescindibile per la ricostruzione della storia del monachesimo in Friuli, ma anche per la storia della regione nel suo complesso.
Certo si tratta di una vicenda non facilmente decifrabile, anche se alcuni punti saldi sono emersi appunto da questo convegno. Proprio in relazione alla vicenda monastica dell'età di mezzo, mentre è evidente l'assenza di grandi Ordini, altrove molto più diffusi e incisivi come quelli di Cluny e di Citeaux, sono apparsi decisivi, grazie a quanto abbiamo appreso dalla problematica e interessante relazione di Giordano Brunettin, da una parte il controllo esercitato dai patriarchi sullo sviluppo della vita monastica locale in rapporto alle esigenze di governo del territorio, dall'altro il legame con il monachesimo di area tedesca e con le correnti riformatrici di ispirazione franco-lorenese legate all'impero. Ne esce per la verità l'immagine di un monachesimo friulano di basso profilo, lungamente passivo di fronte all'iniziativa patriarcale, contestata solo sul finire del XII secolo. Ma occorrerà condurre, a questo proposito qualche ulteriore ricerca, come dirò più avanti.
Se la relazione di Brunettin si è volutamente e dichiaratamente mossa su un piano tradizionale, quella di Gerhard Jaritz ha invece imboccato vie relativamente nuove, affrontando il tema della vita monastica vista nell'ottica della cultura materiale, non per negare o porre in secondo piano la dimensione culturale e spirituale della vita del monaco, ma per richiamare ad una realtà: la inscindibile compenetrazione tra cultura materiale e cultura spirituale, tra cura corporis e cura animarum. Il cibo, le vesti, il corpo, oggetto di una dettagliata legislazione non sono estranei alla vita spirituale. Basti pensare al nesso tra preghiera e digiuno o tra abuso nel vestire, nel mangiare, nell'atteggiarsi e l'insorgenza del peccato.
L'integrazione fra materiale e spirituale è evidente anche nella vita economica, attentamente studiata da Donata Degrassi in relazione ai beni fondiari degli ordini monastici e alla loro gestione. Sarebbe però del tutto errato supporre meccaniche interdipendenze fra ricchezza o mancanza di risorse e vita spirituale, la quale spesso è proprio in un contesto pauperistico che ha le sue espressioni più alte. D'altra parte è pur vero che spesso la ricchezza monastica è frutto del prestigio religioso di una comunità che, in ragione dell'esemplare vita spirituale, attira donazioni e lasciti. La stretta relazione intercorrente fra l'economia monastica e le più generali vicende economiche non può d' altro canto non significare ripercussione di quelle vicende sulla comunità dei monaci. Così il mutamento delle forme di ricchezza e di circolazione monetaria nel basso medioevo crea problemi all'economia monastica che non ha per finalità l'aumento della ricchezza, ma che di essa si giova. n sistema di organizzazione patrimoniale dei monasteri entra così in crisi coll'irrompere dell'economia monetaria, col passaggio dalla rendita fondata sull'esercizio di giurisdizioni e di diritti sulla terra ad un'economia in cui non solo la terra è fonte di redditi. Ad aumentare le difficoltà interviene poi un elemento non sempre considerato dalla storiografia e giustamente evidenziato invece dalla Degrassi: la fiscalità pontificia che si aggiunge al crescente peso dei gravami imposti a livello locale.
Una via di sostegno economico può essere anche la cessione di pievi e chiese da parte dei patriarchi, come ci ha ricordato con la nota competenza Flavia De Vitt, e questo comporta riflessi profondi nella cura d'anime, che, non senza contrasti, i monaci, dediti per vocazione alla preghiera e alla contemplazione, finirono per assumere. Nel Friuli, caratterizzato da peculiarità organizzative più simili alle strutture d'Oltralpe (vedi la presenza degli arcidiaconati), pievi e parrocchie furono ampiamente gestite dai monaci. In questo modo essi condivisero la vita delle popolazioni locali non solo al centro (partecipazione al Parlamento), ma anche alla periferia.
D' altro canto i monasteri non furono soltanto realtà presenti nel territorio, ma, come abbiamo sentito un po' in tutte le relazioni, e come attraverso l'analisi di fonti particolari quali i libri confraternitatum e i necrologi ci ha mostrato il Tomaschek, mediante la rete delle confraternità e la commemorazione dei defunti, si stabilirono rapporti che andavano ben oltre l'ambito friulano. Il necrologio di Rosazzo mostra le relazioni con Milstatt, Admont, St. Georgen nella Foresta Nera. Il ricordo degli abati di Rosazzo si fissa a sua volta nella memoria commemoriale delle comunità monastiche di St. Lambrecht, Ossiach, Admont. Potrei aggiungere che, come a Rosazzo si pregava il 31 marzo per i defunti monaci del monastero padovano di S. Maria di Porciglia, così in questo cenobio di Padova - secondo quanto attesta il suo inedito necrologio - si pregava per i confratelli di Rosazzo. È così che i necrologi, da tempo oggetto privilegiato di studio da parte degli studiosi tedeschi e austriaci, si rivelano ancora una volta fonte preziosa, in grado di attestare assieme ai libri confraternitatum, il tessuto di relazioni dei monasteri, ma anche il formarsi di una memoria ripetitiva che, attraverso il tempo, tramandava nomi e sentimenti e, costantemente aggiornata, siproiettava nel futuro ultraterreno.
C'è da chiedersi allora se davvero comunità monastiche così aperte ai contatti e alle relazioni verso l'esterno, ai rapporti che univano i vivi e i morti di comunità lontane possano considerarsi culturalmente depresse. Le esperienze musicologiche, filtrate attraverso la rete che univa i monasteri friulani (Rosazzo, Moggio) ad Hirsau, St. Paul, Milstatt, San Gallo, di cui ci hanno parlato Angelo Rusconi e Giacomo Baroffio, pongono interrogativi circa una visione troppo riduttiva della cultura monastica in Friuli.
Non a caso si è potuto ipotizzare da parte del Flotzinger l'esistenza di uno scriptorium a Moggio. E mi sia consentito di osservare, a questo punto che, forse a causa delle assenze di più di un relatore, è mancata in questa occasione, un ' osservazione attenta del mondo monastico friulano dall'interno delle comunità. Cosa significò di fatto l'adesione alla riforma secondo i modelli proposti da Gorze o Hirsau? In che misura, ad esempio, le forme di coesistenza di uomini e donne nei monasteri misti, il passaggio di intere comunità di villaggio a vita religiosa all'ombra dei monasteri, lo sviluppo dell'istituto dei conversi, dei gruppi di penitenti e laici devoti, che per le loro scelte di vita furono chiamati da Gabriel Le Bras 'emuli' dei monaci, influenzarono - o non influenzarono e perché - il monachesimo benedettino in Friuli?Come fu interpretato nell' età della riforma, e dopo, ciò che uno studioso esperto come il Baroffio ha giudicato essenziale nella vita monastica cioè il canto della preghiera liturgica? E che rapporto vi fu, sul piano religioso e non solo politico, fra monachesimo e chiesa aquileiese? Sono appunto queste le domande poste all'inizio della sua relazione dal Baroffio stesso, alle quali occorrerebbe dare risposta. Lui l'ha cominciato a fare, notando nell'ufficio dei santi patroni aquileiesi della tradizione monastica e secolare più l'ufficio tedesco che la creatività locale.
È questo un leit-motiv ricorrente nelle relazioni. Di fronte all'apporto notevolissimo del monachesimo alla vita culturale della Chiesa verificabile su un piano generale e locale, ricordato dal Baroffio, sta l'atteggiamento ricettivo, più che attivo delle comunità monastiche friulane, sta la loro scarsa influenza culturale.
Con la ricchezza della biblioteca medioevale di St. Lambrecht in Stiria, presentata da Hans Zotter, quali biblioteche monastiche friulane si possono confrontare? Anche sul piano dei saperi che si esprimono attraverso le opere d'arte, come ha notato Giovanna Valenzano, a proposito degli affreschi aquileiesi e del loro programma iconografico, l'ispirazione di fondo rimanda ad un acultura figurativa che, nei secoli IX-XI, ha altrove (Reichenau) il proprio centro creativo.
Da questo punto di vista il panorama del monachesimo friulano nell'età di mezzo sembra dunque non esaltante. Sul piano più propriamente religioso occorre invece fare attenzione. n prezioso contributo di Andrea Tilatti, evidenzia nel Friuli duecentesco una notevole vitalità del mondo religioso femminile, soprattutto di quello non immediatamente riconducibile alle regole di Benedetto o di Agostino, e un successivo processo di inquadramento e 'regolarizzazione' non dissimile da quello più generale in atto nell'Occidente europeo a partire dalla seconda metà del XIII secolo. C'è allora da chiedersi se questa vivacità, che sembra in contrasto con un certo immobilismo del monachesimo maschile descritto in altre relazioni, sia da attribuire ad uno specifico dinamismo delle donne nella vita religiosa, riscontrabile in Friuli come in altre aree tra XII e XIII secolo, o se non sia invece la prospettiva assunta da Tilatti, che si è immerso nella realtà di gruppi, comunità, fraternite sulla base di un'attenta analisi di documenti d'archivio e fonti agiografiche, a permettere di portare alla luce tipi di esperienza e forme di vita monastica altrimenti sconosciute, restituendo al monachesimo del Friuli medioevale una dimensione meno statica. Che poi anche le istituzioni monastiche femminili siano state oggetto di un controllo patriarcale stretto, da una parte rientra nelle normali forme di dipendenza cui erano assoggettate le comunità religiose di donne, dall'altra è una conferma del peso dei patriarchi, sia come ordinari diocesani sia come signori territoriali, nella guida spirituale e temporale dei monasteri friulani.
Si può allora concludere che questo convegno, che ha arricchito in maniera persino non prevista il bagaglio delle nostre conoscenze, non ha dato solo e sempre risposte univoche alle molte domande poste ma, secondo quanto si conviene ad un consesso scientifico degno di questo nome, ha posto anche nuovi quesiti e aperto problemi. Uno fra tutti -non espressamente affrontato, ma implicito in molti discorsi di questi giorni -si riferisce al ruolo eventualmente giocato rispetto a certa marginalità culturale dalla mancanza di centri urbani di qualche rilievo. È un interrogativo al fondo del quale resta la domanda più generale sull'identità storica di una regione come il Friuli che sembra fortissimamente caratterizzata e invece sfuma di fronte alle analisi puntuali.Anche sotto il profilo monastico in realtà il Friuli appare terra di frontiera, aperta alle più diverse influenze e in particolare a quella dell'Europa centro-orientale. E sembra essere questa la sua identità. Mi auguro che il convegno, organizzato con tanto impegno dall'Arcidiocesi di Udine, dalla Fondazione Abbazia di Rosazzo, dall'Istituto Pio Paschini, dall'Università di Udine e dal suo Dipartimento di Scienze storiche e documentarie, rappresentato dal prof. Cesare Scalon, che molto si è prodigato e al quale tutti siamo grati, sia il primo di una lunga serie di altri incontri sulla storia religiosa, culturale, sociale del Friuli, nei quali riprendere sotto altri punti di vista anche questa grande e vitale questione.

Antonio Rigon



Il monachesimo benedettino in Friuli in etì patriarcale : atti del Convegno internazionale di studi, Udine-Rosazzo, 18-20 novembre 1999 / a cura di Cesare Scalon - Udine : Forum, 2002 - 342 p. ; 24 cm - Ricerche per la storia della Chiesa in Friuli ; 3. - ISBN - 88-87948-07-0




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