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Copertina

Per molti secoli, dalla distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme, la Terra Santa è stata la meta di pellegrinaggi compiuti sia da Cristiani che da Ebrei, i quali hanno affrontato il lungo e pericoloso viaggio spinti da motivazioni diverse, i primi per visitare i luoghi descritti dai Vangeli, e i secondi per ristabilire un contatto con la Terra dei Padri, malgrado la secolare dispersione nei Paesi della diaspora. II pellegrinaggio cristiano e l' 'aliyyah ebraica fanno riferimento a sistemi di valori e tradizioni diversi: per i Cristiani si tratta di un rito devozionale, penitenziale, mentre per gli Ebrei l'aliyyah è essenzialmente un rito di riconoscimento dell'identità ebraica. II pellegrinaggio di Carlo Camucio, pur svolgendosi in un'epoca di rinnovamento socio-culturale, si realizza secondo i parametri tradizionali: il pievano di Tolmezzo non sembra incuriosito dalle altre religioni praticate in Terra Santa e osserva nel suo diario un insistente silenzio nei confronti di tutto ciò che esula dal suo itinerario di pellegrino. II pellegrinaggio di Morse Vita Cafsuto, uomo di mondo, ma anche osservante delle mitzwot, appare, invece, più moderno e attuale. Nel gioielliere fiorentino sono costantemente presenti le caratteristiche dell'ebreo osservante che santifica il sabato, che visita le tombe dei rabbini famosi, che piange e si lacera le vesti a Hebron, ma anche quelle dell'uomo perfettamente calato nel tempo contingente, nel tempo del mercante che vede, osserva, soppesa, e si lascia affascinare dalle multiformi apparenze della realtà.

 
Indice

Prefazione, p. 13
Abbreviazioni, p. 21
Introduzione, p. 23
 
1. Il pellegrinaggio come esperienza del sacro, p. 35
1. Il pellegrinaggio, un fenomeno antropologico complesso, p. 35
2. La Palestina ottomana nel Settecento, p. 43
 
1. Il declino dell'Impero ottomano, p. 43
2. L'amministrazione della Palestina, p. 48
3. La Custodia di Terra Santa nel Settecento, p. 55
 
1. L'organizzazione e i compiti della Custodia di Terra Santa, p. 55
2. I travagli della Custodia di Terra Santa nel Settecento, p. 73
3. L'ospitalità francescana, p. 82
 
4. Le Comunità ebraiche in Palestina, p. 87
1. Le Comunità e le loro istituzioni, p. 87 2.
2. I diari di viaggio, fonti per la ricostruzione della storia della Palestina, p. 90
3. La Comunità ebraica di Gerusalemme, p. 92
4. La Comunità ebraica di Safed, p. 101
5. La Comunità ebraica di Tiberiade, p. 103
6. Le Comunità ebraiche di Hebron, Rama e Acri, p. 105
 
5. Il pellegrinaggio cristiano in Terra Santa, p. 107
1. Pellegrinaggio e ricerca di guarigione, p. 107
2. Il pellegrinaggio, p. 110
3. Il pellegrino, p. 116
4. Il viaggio attraverso il mare, p. 119
5. Ospitalità e alloggio in Levante, p. 127
6. Le motivazioni del viaggio, p. 132
7. Il pellegrinaggio fra Cinque e Seicento, p. 136
 
6. Il pellegrinaggio cristiano in Terra Santa nel Settecento, p. 155
l. Crisi di un'istituzione, p. 155
2. II declino del pellegrinaggio in Terra Santa, p. 160
3. II viaggio in Terra Santa nel Settecento: nuovi e vecchi approcci. Spedizioni scientifiche e pellegrinaggi devozionali, p. 165
 
7., p. L' 'aliyyah ebraica nella Terra Promessa, p. 179
1. L''aliyvahebraica in Palestina: una vicenda di lunga dura ta. Le origini, p. 179
2. Il Quattrocento, p. 186
3. Il Cinquecento, p. 189
4. Il Seicento, p. 194
5. Gli emissari di Terra Santa, sheluchim de-rahbanan, p.197
 
8. L' 'aliyyah ebraica nella Terra Promessa nel Settecento, p. 203
1. Introduzione, p. 203
2. La popolazione, p. 206
3. Peyide Eretz Yisrael be-Kushta, p.210
4. Le accademie rabbiniche, p. 212
5. Le'aliyyotdegli Ebrei dall'Italia, p. 215
6. Le 'aliyyot nel Settecento, p. 216
 
9. Carlo Camucio, arcidiacono di Carnia, un pellegrino cristiano nella Terra Santa del Settecento, p. 223
1. Aspetti della società friulana nel Settecento, p. 223
2. Monsignor Carlo Camucio (1706-1788), cenni biografici, p. 226
3. Il pellegrinaggio di Carlo Camucio, p. 235 4. Scheda descrittiva del manoscritto Udine, Biblioteca Civica "V Joppi", Joppi 540, p. 238
5. Il pellegrinaggio a Roma e a Loreto (1750), p. 239
6. Il pellegrinaggio a Gerusalemme (1752-1753). Itinerario e tempi di percorrenza, p. 245
7. Aspetti religiosi del pellegrinaggio di Carlo Camucio, p. 254

10. Moisé Vita Cafsuto, gioielliere fiorentino, un pellegrino ebreo nella Terra Santa del Settecento, p. 265
1. Gli insediamenti ebraici toscani nel Settecento. Le Comunità di Livorno e Firenze, p. 265
2. Moisé Vita Cafsuto, cenni biografici, p.270
3. Il diario di Moisé Vita Cafsuto, p. 276
4. Il manoscritto Oxford, Bodleian Library, Ital d. 9, p. 278
5. Il pellegrinaggio in Levante di Moisé Vita Cafsuto. Itinerario e tempi di percorrenza, p. 282
6. Due viaggiatori ebrei toscani, Meshullam da Volterra e Moisé Vita Cafsuto, p. 289
7. Aspetti religiosi del pellegrinaggio verso la Terra dei Padri, p. 291
8. La scoperta di un nuovo mondo, gli "altri", p. 298
9. Le Comunità ebraiche del Levante, dei Balcani, dell'Impero austro-ungarico e degli Stati italiani, p. 307
 
Conclusioni, p. 315
Fonti manoscritte, p. 329
Bibliografia generale, p. 333
Indice degli autori e dei nomi, p. 367
Indice dei luoghi, p. 381
 
 
 
Prefazione

Viaggio a Gerusalemme, perché? Nel secolo appena trascorso Eugenio Montale e Sergio Quinzio ci hanno lasciato due testimonianze antitetiche. Questa la risposta del laico Montale, "inviato speciale" a seguito di Paolo VI in occasione del pellegrinaggio del 1964:

E cosi a chi mi chiede se un viaggio in Terrasanta riesce a confermare o a infiacchire la fede di un cristiano d'altre terre io posso rispondere: ai cristiani di scarsa fede il viaggio sarà certamente utile, perché solo un cieco e un sordo potrebbero negare che qui qualcosa è accaduto, qualcosa molto più importante della scoperta dell'America e della dichiarazione dei diritti dell'uomo.

Ai cristiani di fede salda, a quelli che hanno la foi du charbonnier direi invece: non venite, per voi il viaggio non è necessario. L'immagine che voi vi siete formati del Cristo non può essere controllata sul posto, non ha bisogno di puntelli esterni. Per voi il Golgota deve restare un'altissima montagna, non un'escrescenza del suolo, e un sotterraneo al quale si accede da una strada in cui si vendono focacce e spiedini di montone arrosto. Unico e grande fatto confortevole: qui si vendono poche reliquie e il piccolo commercio di «articoli religiosi»non trova la sede adatta.
Di questo abbiamo molto di più a Lourdes o in Italia1.

Al tono garbato e distaccato di Montale si contrappone la disperata speranza di Sergio Quinzio che cosi giustifica il suo rifiuto a recarsi alla Gerusalemme "terrestre":

La vera Gerusalemme è quella che deve scendere dal cielo sulla terra (Ap 21,2), non quella che possiamo incontrare per le strade di questo nostro mondo. E quella del messaggio dell'imperatore che nella lontana Praga Kafka sognava nella sua disperata solitudine alla sera, è quella che aspettano i morti nelle tombe stipate e accatastate sul Monte degli Ulivi, dove il Signore agonizzò e dove spunterà per prima l'alba della resurrezione.

Per tutto quello che ho cercato di dire non voglio andare a Gerusalemme, non voglio o confondere il regno di Dio con il turismo ecumenico, il turismo biblico, il turismo messianico. Non voglio vedere le scolaresche che cantano e sventolano le bandierine, la gente che si affolla entusiasta per celebrare la gloria del nuovo Israele al Muro Occidentale del Tempio. Agli occhi di Dio non diventa per questo il muro della gioia, rimane più che mai il muro del pianto, il vecchio rudere di un pianto troppe volte millenario. Li, se il tempo non l' ha ancora consumato, può stare il biglietto di carta con il mio povero nome2.

Sentimenti analoghi, pur nella loro diversità. sono espressi da due Ebrei che li vissero tra Otto e Novecento. Flora Randegger-Friedenberg, una maestra ebrea di Trieste, compi per due volte il viaggio a Gerusalemme, nel 1856, rimanendovi fino al 1858, quindi tra il 1865 e il 1866. In occasione del suo primo arrivo nella città santa, meta a lungo agognata, Flora scrive:

Verso sera si giunse finalmente alle mura merlate della Città-santa. O Gerusalemme Meta di tutti i miei desiderii. fine di si lungo e disastroso viaggio, asilo di pace alle anime fedeli e religiose. finalmente io ti veggo! Ti saluto, o Regina del mondo, o Santuario primiero; qui depongo ogni triste pensiero particolare, e solo ho pianto per la tua decadenza, per la tua ruina, Vedranno gli occhi miei il tuo risorgimento, la gloria finale che ti è serbata?!3

Alle espressioni di gioia e di meraviglia di questa sionista ante litteram fanno da contrappunto le amare considerazioni di Franz Kafka che, in una lettera del luglio 1923, spiega a Else Bergmann i motivi che lo hanno dissuaso dal l'intraprendere con lei il viaggio verso la Palestina:

Da capo dunque: non se ne sarebbe fatto un viaggio in Palestina, bensì sul piano spirituale qualcosa come il viaggio in America di un cassiere il quale abbia sottratto molti quattrini, e se il viaggio si fosse fatto con Lei la criminalità spirituale dei caso sarebbe diventata ancora maggiore. No, neanche se avessi potuto mi sarebbe stato lecito, ripeto, viaggiare cosi, e Lei aggiunge: «tutti i posti sono giù occupati». E qui comincia l'attrattiva e di nuovo risponde l'assoluta impossibilità sicché alla fine. per quanto triste, va benissimo4.

Gerusalemme, questa "cruna del mondo", è il fulcro delle tre religioni del Libro (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam), nella cui percezione, sia da parte dell'immaginario ebraico che di quello cristiano, si alternano le tensioni escatologiche verso la Gerusalemme celeste, e quelle, non meno forti, verso laGerusalemme terrestre, dando origine ad un coacervo di atteggiamenti difficilmente districabili che ne fanno un luogo unico al mondo.
II tema del pellegrinaggio in Terra Santa vanta a tutt'oggi una ricca bibliografia per il Medio Evo e la prima Età moderna, non però per l'autunno di quest'ultima, in particolare il Settecento, cui è dedicata una bibliografia piuttosto scarna o quasi inesistente, almeno sul versante italiano. Ora questa lacuna viene colmata dall'importante studio di Adonella Cedarmas che prende lo spunto dai viaggi in Terra Santa del gioielliere fiorentino ebreo Moisé Vita Cafsuto, tra il 1733 e il 1735, e di Carlo Camucio, arcidiacono di Tolmezzo, nel 1752. Questi "pellegrini" ci hanno lasciato due scritti inediti che, da punti di vista opposti, non sono solo lo specchio delle loro indimenticabili esperienze, ma ci offrono altresì un prezioso spaccato della Palestina ottomana del XVIII secolo.
La Cedarmas anzitutto ricostruisce il tessuto storico e sociale che è il palcoscenico in cui si svolgono le vicende vissute e narrate dai due viaggiatori: la Palestina del Settecento, soggetta al dominio degli Ottomani, ormai in progressivo declino. Sono terre, quelle dei distretti di Jenin, Nablus e Gerusalemme che, agli inizi del XVIII secolo, dipendevano dall'eyalet di Damasco, mentre la Galilea e le aree costiere rientravano nell'eyalet di Sidone. Terre segnate da un forte grado di anomia, turbate in permanenza dalla riottosità araba e dalle scorrerie beduine che rendevano difficile ai funzionari della Porta il mantenimento dell'ordine e il rispetto della "pax turcica". Uno stato di permanente anarchia caratterizzava anche la situazione del Sangiaccato di Gerusalemme, soggetto all' eyalet di Damasco e retto da un mütesellirn, un governatore locale, con compiti amministrativi e di polizia, il quale tuttavia non riusciva a sottrarre ai Beduini il controllo del territorio extra noenia. Quest'ultimi, in pratica, riuscivano ad imporre ai pellegrini tassazioni e vessazioni arbitrarie per consentire loro l'accesso alla città santa.
Partendo dall'esame dello status della Custodia di Terra Santa, la più importante istituzione cattolica, e dell'organizzazione delle Comunità ebraiche di alcune località chiave della Palestina, quali Safed, Tiberiade, Hebron, Rama e Acri, la Cedarmas ne analizza il supporto ai pellegrini cristiani ed ebrei e presenta la storia delle motivazioni e delle modalità del pellegrinaggio cristiano e di quello ebraico in Terra Santa attraverso i secoli, per soffermarsi poi sulle peculiarità del Settecento, un secolo che segnò un periodo di decadenza nella storia di questo pellegrinaggio che, in parte, venne sostituito da nuovi tipi di viaggio più consoni allo spirito del tempo quali, ad esempio, le spedizioni scientifiche.
Fu tuttavia un'esperienza di fede profonda quella che, nel 1752, spinse l'arcidiacono della Carnia Carlo Camucio ad intraprendere il pellegrinaggio verso Gerusalemme registrandone man mano gli eventi quotidiani, un testo che, come ha evidenziato Adonella Cedarmas, non presenta le peculiarità tipiche del diario di viaggio ma appare come una specie di "zibaldone" in cuiil religioso annotava, disordinatamente, ma puntigliosamente, luoghi e fatti occorsi in occasione della sua visita a Roma per il Giubileo del 1750 e della visita in Terra Santa tra il 1752 e il 1753, pensando forse di riordinarne il testo una volta tornato in Patria. Esso rimane quindi una laconica descrizione del vissuto quotidiano in cui il rapporto con il sacro non è espresso attraverso notazioni di carattere personale, ma è come assorbito dalla quotidianità del magistero ecclesiastico e scandito dalla regolare celebrazione delle messe, la cui rara mancata celebrazione viene puntualmente registrata. Tali messe veicolano la memoria di molte persone durante le tappe del pellegrinaggio e ne fanno quindi un'esperienza in un certo senso corale, sostenuta dalle preghiere quotidiane delle Terziarie francescane di Gemona, che attendevano il ritorno dell'arcidiacono in Friuli. Una religiosità, quella del Camucio, fondamentalmente legata alla tradizione: l'arcidiacono si dimostra piuttosto insensibile nei confronti delle tendenze più moderne, aperte nei confronti del diverso, che stavano diffondendosi in taluni settori dei fedeli e del clero cattolico. La sua è una religiosità tutta incentrata sui valori della tradizione cattolica ancestrale e sostanzialmente chiusa alla conoscenza delle forme e della manifestazioni della vita religiosa delle altre culture che vengono completamente trascurate nelle pagine dello zibaldone. Il resoconto è prezioso soprattutto per le notizie "di scarto", cioè per quelle annotazioni che, per lo più, non trovano spazio nei diari di viaggio o di pellegrinaggio come, ad esempio, le note minuziose delle spese per il sostentamento quotidiano e, naturalmente, la registrazione degli uffici divini celebrati. Ma è grazie al reperimento di alcune lettere del Camucio nell'archivio di famiglia che la Cedarmas è riuscita a far emergere qualcosa delle sue emozioni nei confronti di questa esperienza, in particolare riguardo Gerusalemme, la città santa.
Dopo il pellegrinaggio cristiano la Cedarmas analizza l' aliyyahebraica, l'ascesa nella Terra d'Israele degli Ebrei della diaspora, un fenomeno di lunga durata con caratteristiche peculiari, che differisce dal pellegrinaggio cristiano soprattutto nel senso che esso, a volte, poteva segnare l'inserimento definitivo degli 'olim, dei nuovi immigrati, in Palestina.
Largo spazio è dedicato allo studio del supporto da parte delle istituzioni ebraiche, quali il Peyide Brer Yistael be-Kushta,cioè il comitato in favore della Terra di Israele di Istanbul, operante dal 1726, il cui scopo principale era la raccolta di fondi in favore delle Comunità ebraiche della Palestina e l'organizzazione delle eventuali 'aliyyottramite il noleggio delle navi da trasporto che salpavano da porti della Turchia, Istanbul e Smirne, da Salonicco, da Livorno e perfino da Amsterdam. Infatti la vita degli Ebrei, ma anche quella dei Cristiani residenti a Gerusalemme dipendeva in gran parte dai supporti economici provenienti dai correligionari dell'Europa e questo finiva col favorire i contatti fra questi mondi diversi, ad esempio attraverso i rappresentanti diplomatici delle potenze europee in Levante.
Per quel che concerne gli Ebrei, fondamentale si rivelò il ruolo degli sheluchim de-rabbanan,gli emissari di Terra Santa, i quali, fin dopo la distruzione del Secondo Tempio (70 e.v.), iniziarono a visitare i diversi Paesi della diaspora per raccogliere sussidi in favore delle istituzioni religiose ebraiche della Palestina, divenendo in tal modo un tramite fondamentale tra la Terra dei Padri e gli insediamenti della diaspora.
Nel contesto dell' 'aliyyah si situa in un certo senso il viaggio di Moisé Vita Cafsuto, un mercante di pietre preziose di origine portoghese, ma residente nel ghetto di Firenze. La sua vicenda ebbe inizio nell'ottobre del 1733 e si protrasse per circa un anno e mezzo fino al 1735. Si trattava di un viaggio particolare in quanto, oltre ad un servitore ebreo, Moisé portava con sé il figlioletto Jacob Efraim, di età inferiore ai dieci anni che egli intendeva "offrire" per sciogliere un voto a Eretz Yisrael,la terra che per lui, come per gran parte degli Ebrei, aveva un valore altamente emblematico e simbolico. La destinazione era Hebron dove il ragazzo avrebbe dovuto completare i suoi studi rabbinici e forse anche rimanervi definitivamente come avevano fatto, anni prima, due cugini di suo padre, i rabbini Samuel e Daniel Cafsuto, che si erano dedicati con impegno all'assistenza dei correligionari più poveri nelle Comunità di Gerusalemme e di Safed e avevano finito i loro giorni in Eretz Yisrael.Il viaggio venne compiuto all'insaputa della moglie, Rachel Coen Del Medico, evidentemente poco favorevole ad una simile decisione che le faceva perdere il figlio, e certamente tale perdita non fu risarcita dalla pur affettuosa dedica del diario da parte del marito.
II diario racconta un'esperienza durata un anno e mezzo, dalla partenza da Livorno all'approdo in Egitto e al trasferimento in Palestina, per concludersi con il ritorno in Italia e in Toscana attraverso i Balcani e l'Impero austro-ungarico. Esso ci è pervenuto in tre copie manoscritte, il testo è per lo più in italiano, con alcuni passi in ebraico. Si tratta di un'opera di grande interesse, lontana dagli stereotipi della tradizione cristiana, che ci permette di penetrare nella mentalità di un ebreo ortodosso al tempo stesso aperto alle suggestioni e alle curiosità del tempo. Questo quarantenne non disdegna i piaceri materiali, l'uso della cioccolata e del tabacco da naso e del caffè, di cui al Cairo giunse a berne fino a 24 tazze in un solo giorno! Un viaggiatore non scevro dalla curiosità per le altre culture, che visita le piramidi in Egitto e intrattiene rapporti cordiali con i Francescani della Custodia.
L'approdo sulle coste africane e la scoperta di un mondo cosi diverso da quello della sua Toscana lo colpirono profondamente come appare da una bella pagina del diario:

Eccoci in un mondo del tutto nuovo per noi ed in si pochi giorni di trasporto da Livorno in Alessandria, trovo tutto differente. nel vestire, nel mangiare, nel trattare, e di fabbriche diverse, e setta maumettana e cosi siamo in Africa, dove si parla la lingua arabica, che par a me la più accosta all'ebraica'.

Ma questo uomo di mondo era pur sempre un ebreo osservante, scrupolosamente rispettoso dell'ortoprassi tradizionale. Durante il viaggio infatti si preoccupa di non infrangere i divieti del Sabato evitando non solo di viaggiare ma anche di scrivete lettere. II diario stesso è racchiuso nella cornice della sacralità, infatti si apre e si chiude con l'invocazione di ringraziamento all'Onnipotente che lo ha protetto durante il corso del lungo viaggio. Quasi emblematicamente la conclusione del suo viaggio coincide con la ricorrenza di Pesach che egli festeggia in una delle sinagoghe di Firenze per rendere grazie all'Altissimo che gli aveva permesso di far ritorno, sano e salvo, nella sua città, dove lo attendeva la consorte. L'offerta del figlio maschio destinato, fin dal suo concepimento, con voto segreto a Dio e allo studio della Legge nella Terra dei Padri, conferisce un senso di profonda religiosità al viaggio dei Cafsuto, una religiosità in cui si fondono la scelta personale e il retaggio della tradizione ancestrale, una tradizione che condizionò analoghe scelte di altri membri della sua stirpe. Pochi anni dopo infatti, nel 1741, un altro Cafsuto si imbarcava, anche lui da Livorno, alla volta della Palestina con i seguaci del rabbino Attar.
A differenza del Canucio il gioielliere fiorentino dimostra una vivace curiosità nei riguardi delle altre culture e per questo il suo "pellegrinaggio" non è solo un momento di approfondimento della propria dimensione spirituale e religiosa ma diviene anche occasione di incontro con il diverso, di apprendimento e di allargamento dei propri orizzonti culturali. Non stupisce pertanto che il diario del Cafsuto, benché inedito, non fosse sconosciuto persino al pubblico cristiano e che, nonostante la sua veste di manoscritto, avesse conosciuto una minima circolazione negli ambienti cristiani. come dimostrano le testimonianze del viaggiatore Giovanni Filippo Mariti e del medico Giovanni Targioni Tozzetti, prefetto della Biblioteca Magliabecchiana di Firenze, che già nel corso del Settecento dimostrano di conoscerlo.
Lo studio di Adonella Cedarmas costituisce un contributo originale e innovativo non solo per la storia della Palestina del Settecento ma soprattutto per l'analisi comparata di quel particolare fenomeno della vita spirituale che fu cd è il pellegrinaggio in Terra Santa nel Settecento. L'analisi ed il raffronto dei resoconti di viaggio di Moisé Vita Cafsuto e di Carlo Carriucio, pur nella loro sostanziale diversità, ci permette di scoprire e di focalizzare molteplici aspetti dell'esperienza del pellegrino in due culture religiose diverse come il Giudaismo e il Cristianesimo, un'esperienza in cui la dimensione della sacralità e della santità trovano continue occasioni di approfondimento lungo ilpercorso che è, al contempo, un viaggio corporeo nel tempo e nello spazio ma soprattutto un percorso verso la propria interiorità, costantemente in bilico fra le suggestioni del saeculum e le esigenze della vita spirituale.
Viaggio a Gerusalemme. A volte penso di non essere mai stato a Gerusalemme, che, per altro, da viaggiatore assorto, ricordo nei dettagli con una certa precisione, ma qualcosa di preciso mi riporta inesorabilmente a questa "cruna" difficile della memoria: la trasparenza dei cieli della Città santa che esce dal verso dantesco, "puro colore d'oriental zaffiro", per farsi luce degli occhi, percezione che non può aver lasciato indifferenti gli sguardi dei pellecrini che hanno avuto il privilegio di salirvi.
 
Pier Cesare Ioly Zorattini
Università degli Studi di Udine
Maggio 2005
 
 
1. E. Montale, Fuori di casa, Milano, Mondadori 1975, p. 279.
2. S. Quinzio. Una fessura tra le pietre di Gerusalemme,a cura di C. Trotta, Brescia, Morcelliana 1990, pp. 197-202: pp. 201-202.
3.Randegger-Friedenberg, Da Trieste a Gerusalemme. Viaggi in terra Santa di una giovane maestra ebrea (1856, 1864),prefazione di A. Agnolotto, premessa di D. Carpi e M. Rinott. presentazione di P. De Benedetti, Milano, Asefi 1994, p. 19.
4. F. Kafka, Lettere, a cura di F. Masini, Milano, Mondadori 1988, p. 523.
5. A Cedarmas, op. cit., infra, p. 298.



Il pellegrinaggio

Il pellegrinaggio, esperienza comune a tutte le religioni, non è solo un viaggio verso un luogo sacro, ma è anche un'occasione di crescita spirituale che implica un progressivo distacco dal quotidiano in vista dell'incontro con il divino. Può essere inteso anche come percorso iniziatico, come ricerca e tensione verso l'assoluto in cui le difficoltà e la fatica del viaggio si tramutano in strumenti di elevazione che purificano, curano e guariscono sia il corpo che l'anima.

Il pellegrinaggio cristiano in Terra Santa e l'aliyyah ebraica, propriamente intesa come salita, ascesa sia fisica che spirituale al Tempio di Gerusalemme, pur mantenendo le proprie peculiarità e pur avendo origini, significati ed evoluzioni diverse, si prestarono nel tempo a divenire spesso anche occasioni di incontro e di collaborazione fra viaggiatori cristiani ed ebrei di provenienza europea, accomunati dall'interesse per Gerusalemme e dalla condivisone di una cultura e di costumi simili. Cristiani ed Ebrei si avvalevano più o meno delle stesse infrastrutture, si imbarcavano sulle stesse navi, viaggiavano con le stesse carovane, soggiornavano negli stessi caravanserragli, e nel pericolo si trovavano a volte a pregare fianco a fianco. Gli Ebrei generalmente trovavano alloggio presso amici, privati o presso ospizi di proprietà delle Comunità, mentre i Cristiani usufruivano spesso delle strutture di accoglienza gestite dai Francescani della Custodia di Terra Santa, tuttavia per procedere alla visita dei luoghi santi non trascuravano la possibilità di avvalersi anche di guide ebree, generalmente provenienti dall'Europa e perciò in grado di esprimersi nelle lingue occidentali.

Ebrei e Cristiani, durante la visita della Terra Santa, non seguivano gli stessi itinerari, anche se avevano come meta comune la città di Gerusalemme. I Cristiani visitavano principalmente la città santa, Betlemme, il fiume Giordano, Nazareth e il monte Carmelo, mentre gli Ebrei si recavano a Gerusalemme, a Betlemme, a Hebron, in Galilea, a Safed e a Tiberiade. Cristiani ed Ebrei condividevano tradizioni popolari simili, infatti se i primi cercavano di procurarsi reliquie alle quali venivano attribuiti poteri miracolosi, croci, rosari, pezzi di Santo Sepolcro, palme di Gerico, l'acqua del Giordano, gli Ebrei assegnavano particolare valore alla terra di Eretz Israel, soprattutto se raccolta in prossimità delle tombe dei giusti, molto richiesta soprattutto ai rabbini emissari di Terra Santa durante le loro viste nei paesi della diaspora.

La collaborazione e i contatti riguardavano anche i Francescani della Custodia di Terra Santa e gli Ebrei che vivevano stabilmente nelle città di Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. Tra questi esistevano ad esempio intensi rapporti economici che andavano dal prestito al trasferimento di denaro. I Francescani prendevano a prestito denaro dagli Ebrei, ma allo stesso tempo si occupavano di trasferire il contante dei pellegrini cristiani o ebrei tramite lettere di cambio, utilizzando le numerose sedi della Custodia di Terra Santa, sparse in diversi luoghi del Levante. La collaborazione finanziaria trova giustificazione nel fatto che sia i Cristiani che gli Ebrei, pur sempre minoranze religiose nel mondo musulmano, erano soggetti alle stesse limitazioni, ad esempio, non potevano costruire luoghi di culto senza una speciale autorizzazione che normalmente veniva concessa solo dietro il pagamento di ingenti somme di denaro, ed erano costretti a pagare gli stessi tributi, come il testatico, oltre a una miriade di altri balzelli, imposti a chi voleva attraversare certi territori della Palestina in carovana, entrare a Gerusalemme, accedere al Santo Sepolcro, visitare di nascosto il Cenacolo oppure, nel caso degli Ebrei, andare a piangere sulle tombe dei propri cari sul monte degli Ulivi.

Per sopravvivere in tali condizioni sfavorevoli Cristiani ed Ebrei usufruivano del sostegno economico proveniente dall'Europa, senza il quale la vita delle loro Comunità non sarebbe stata possibile. I Francescani ricevevano fondi e offerte dai principali regni europei, raccolti dai commissari di Terra Santa e versati alla Custodia di Gerusalemme, mentre gli Ebrei si procuravano i sussidi economici necessari attraverso l'opera degli emissari di Terra Santa, rabbini itineranti che visitavano le Comunità nei paesi della diaspora con l'intento di raccogliere offerte per il supporto delle Comunità delle quattro città sante, Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. I contatti fra Cristiani ed Ebrei non si limitavano però alla sfera finanziaria, ma riguardavano anche la salute. Il convento di San Salvatore a Gerusalemme, dotato anche di una fornita farmacia, offriva infatti assistenza medica a chiunque, anche agli Ebrei.

Se le modalità del pellegrinaggio in Terra Santa, così come le condizioni di vita a cui erano assoggettati i non Musulmani potevano essere simili, il significato del sacro viaggio e molte volte le motivazioni che spingevano i pellegrini ebrei e cristiani a partire erano profondamente diversi. Al contrario dei Cristiani, che generalmente intraprendevano il sacro viaggio essenzialmente per visitare i luoghi in cui era vissuto Cristo e per ottenere dei benefici spirituali, gli Ebrei intrattenevano con la Terra dei Padri un legame più complesso, intriso di forti sentimenti e di profonda nostalgia, in quanto consideravano la Palestina come il luogo d'origine di un intero popolo, in cui trasferirsi da vivi e da morti, l'unico luogo a cui si sentivano di appartenere veramente perché anticamente vi si era realizzata la loro indipendenza politica e militare.

Se per i Cristiani il pellegrinaggio è un rito devozionale, penitenziale, uno strumento preposto alla remissione dei peccati, per gli Ebrei l'aliyyah è soprattutto un rito di riconoscimento dell'identità ebraica. Nelle fonti ebraiche antiche il pellegrinaggio non era considerato come forma di penitenza, il sacrificio e le difficoltà del cammino, caratteristiche tipiche del pellegrinaggio cristiano medievale, non rendevano il sacro viaggio di maggior valore, e questo rituale non era nemmeno inteso come mezzo per accumulare meriti.

Il pellegrinaggio a Gerusalemme in occasione delle tre maggiori feste agrarie, celebrate in primavera e in autunno, la Pasqua, la festa delle Settimane e la festa delle Capanne, è il più antico, e assume il significato di espressione di fede, di unità e di identità ebraica, inoltre nasce come fattore di coesione di un popolo non solo di tipo religioso, ma anche politico. Dopo il trasferimento dell'arca santa a Gerusalemme, la città era divenuta il centro di un'intera Comunità, il luogo in cui ci si poteva mettere in comunicazione con il divino attraverso i sacrifici e le offerte, e la visita al Tempio era vissuta come un'ascesa allo stesso tempo fisica e spirituale. Prima della definitiva distruzione del Tempio il pellegrinaggio a Gerusalemme rappresentava un'occasione gioiosa per stare insieme, mentre dopo la distruzione della città questo rituale venne a cessare e nei secoli cambiò completamente il suo significato, trasformandosi da viaggio gioioso a itinerario di dolore, di rimpianto e nostalgia. Ora durante la visita della città si osservava il digiuno, non si beveva vino, si evitava di consumare carne, si piangeva, si pregava e si strappavano le vesti in segno di lutto.

Per secoli gli Ebrei si recarono a Gerusalemme per vistare i luoghi simbolici del loro passato, il Muro del pianto, le tombe dei Patriarchi, le tombe dei rabbini famosi, ma non cessarono mai di considerare la città di Gerusalemme come luogo di identità di tutto il popolo ebraico. Per secoli l'aliyyah venne intrapresa da giovani animati da motivazioni religiose, da studiosi intenzionati a far rivivere la vita ebraica in alcune località della Palestina, da Ebrei sollecitati dalla spinta messianica, da anziani desiderosi di farsi seppellire in Terra Santa e da fuggitivi in cerca di riparo dalle persecuzioni. Il pellegrinaggio ebraico, a differenza di quello cristiano, poteva significare infatti anche immigrazione, spostamento definitivo, e risolversi in un viaggio di sola andata. Ci si poteva dirigere in Palestina per motivi religiosi, commerciali, ma anche per ragioni economiche, per usufruire cioè dei sussidi elargiti a favore dei membri delle Comunità di Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. Il pellegrinaggio poteva risolversi con uno stanziamento definitivo o solo temporaneo, con l'invio delle spoglie dei morti, oppure attraverso l'offerta di denaro, sotto forma di legati, per ottenere l'assoluzione della propria anima. Per gli Ebrei la Terra Santa riuscì sempre a suscitare sentimenti di appartenenza e di attaccamento così forti da far nascere il desiderio del ritorno. L'attrazione esercitata sugli Ebrei dalla Terra Santa non venne mai a diminuire e non fu mai messa seriamente in pericolo dalle difficoltà del viaggio, tanto che rivoli di emigranti continuarono ad affluire lungo i secoli per fondare accademie rabbiniche, compiere studi, per visitare, per insediarsi o semplicemente per morire nella Terra Promessa.

Per i Cristiani il pellegrinaggio in Terra Santa è un viaggio di salvezza, un atto di pietà, una ricerca della misericordia divina e un ripercorrere i luoghi in cui è vissuto Cristo. E' un viaggio devozionale, di espiazione, eseguito anche per esaudimento di un voto, per lucrare l'indulgenza plenaria e ottenere perciò un beneficio spirituale, ovvero la remissione dei peccati e delle pene. Durante il Medio Evo la pratica del pellegrinaggio e la ricerca di guarigione erano fenomeni strettamente connessi, soprattutto a causa del radicato convincimento che i mali del corpo avessero cause spirituali. Si credeva che la malattia potesse essere provocata dal peccato, da un disordine dell'anima, da un castigo, e perciò si pensava che una penitenza in un santuario potesse cancellarla e produrre un risanamento dello squilibrio fisico. Per i Cristiani il pellegrinaggio d'oltre mare era un viaggio difficile, pieno di pericoli a cui si aggiungevano le pene volontarie che avevano lo scopo di aumentarne il valore, come ad esempio il fatto di trascurare la cura del corpo, oppure la povertà dei mezzi.

Un certo cambiamento nei confronti del pellegrinaggio in Terra Santa venne a prodursi soprattutto dopo le Crociate, con la perdita del Regno latino. La diffusione delle indulgenze anche in Europa spostò l'interesse dei credenti verso il Continente, inoltre la possibilità di lucrare l'indulgenza plenaria a Roma, in occasione del Giubileo, influì decisamente sulla perdita di importanza di Gerusalemme. Tuttavia i pellegrinaggi continuarono ad essere effettuati con una certa regolarità, fino alla prima metà del Cinquecento, anche se non sempre per motivi di stretta natura religiosa: il prestigio sociale ricavato da un simile viaggio per coloro che appartenevano all'alto clero o all'alta borghesia, e un'eventuale investitura nell'ordine del Santo Sepolcro, oltre agli interessi commerciali, potevano costituire gli stimoli più comuni, anche se non mancavano i viaggiatori mossi da ragioni di studio oppure da motivi politici.

Con l'Età moderna l'interesse dei Cristiani cattolici per la Terra Santa venne progressivamente a perdersi, e le masse dei pellegrini finirono per essere convogliate in luoghi di più facile accesso, come Roma o Santiago de Compostela. La Terra Santa iniziò a perdere la sua attrattiva a causa di un insieme di fattori, la difficoltà dei collegamenti, l'instabilità politica, le guerre, le falcidianti epidemie, gli alti costi del viaggio, la possibilità di lucrare l'indulgenza plenaria anche in altri luoghi più vicini, e il pellegrinaggio d'oltre mare cominciò anche ad essere considerato un'inutile perdita di tempo e di denaro, oltre che occasione per coltivare l'ozio. Col passare del tempo il sacro viaggio cominciò a perdere le caratteristiche tradizionali e ad assumerne di nuove, più laiche, si iniziarono ad esempio a realizzare viaggi scientifici o d'avventura vissuti come occasioni di ampliamento dei propri orizzonti culturali e carichi di sapore più mondano. I pellegrini/viaggiatori cominciarono a spostarsi sempre più anche per motivi commerciali, per soddisfare la curiosità o la sete di conoscenza.

Nel Settecento, se il pellegrinaggio in Terra Santa per i Cristiani era un'istituzione ormai in pieno declino, per motivi di ordine sociale, politico, economico ma soprattutto culturale, sul fronte ebraico l'aliyyah viveva un momento di particolare fioritura, grazie alle ondate di fervore messianico che a diverse riprese spinsero nutriti gruppi di credenti provenienti dall'Europa centro-orientale e anche dall'Italia a trasferirsi in Palestina.

Il pellegrinaggio cristiano e l'aliyyah ebraica nel Settecento sperimentarono perciò stagioni diverse. Mentre per i Cattolici italiani la Terra Santa era percepita come luogo sempre più irraggiungibile, per gli Ebrei italiani i vincoli con la Terra dei Padri si rafforzarono e gli scambi nelle due direzioni si infittirono anche grazie anche all'opera dei messi di Terra Santa, veri e propri ponti viventi fra l'Europa e il Levante.

In questo contesto vanno inseriti i due pellegrinaggi di Carlo Camucio, pievano di Tolmezzo, uomo di chiesa e contemporaneamente immerso nella vita civile e sociale della metà del Settecento, e di Moisé Vita Cafsuto, gioielliere ebreo osservante fiorentino, che viveva nel ghetto di Firenze, documentati dai rispettivi diari di viaggio, redatti in occasione della visita della Terra Santa, intorno alla prima metà del Settecento e conservati nell'ordine presso la Biblioteca civica Joppi di Udine e presso la Bodleian Library di Oxford.

I due personaggi, pur presenti sul suolo palestinese più o meno nello stesso periodo, il primo nel 1752-53 e il secondo nel 1734, appartengono a realtà sociali e culturali lontane, visitano luoghi differenti, e interpretano la realtà secondo criteri diversi, tuttavia fra i loro mondi non mancano dei punti di contatto. I due pellegrini ad esempio, parlano la stessa lingua e per certi versi quasi sorprendentemente si servono anche delle stesse strutture. Moisé Vita Cafsuto coltiva infatti intensi contatti con i Francescani del convento di San Salvatore di Gerusalemme, che visita regolarmente durante la sua permanenza nella città santa per aver affidato loro, così come fece anche il pievano di Tolmezzo, il suo denaro.

Non possiamo inoltre non mettere in evidenza l'importanza e l'unicità dei due diari, derivante dalla scarsità di simili testimonianze per il Settecento. Questo secolo infatti, non offre altri esempi di memorie di viaggio redatte da Ebrei in italiano, come appunto il diario di Moisé Vita Cafsuto, nonostante il numero dei pellegrini ebrei fosse tutt'altro che irrilevante. In parallelo, relativamente al mondo cristiano cattolico, anche le memorie di pellegrinaggio di Carlo Camucio, pievano di Tolmezzo e arcidiacono di Carnia, rivestono la loro importanza, soprattutto perché il Settecento fu in generale un secolo di forte flessione dei pellegrinaggi in Terra Santa. Il diario di Camucio inoltre può essere considerato un documento prezioso, in primo luogo perché documenta la realizzazione di due pellegrinaggi "maggiori" eseguiti nell'arco di tre anni, il primo a Roma, in occasione del Giubileo del 1750, e il secondo in Terra Santa, fra il 1752 e il 1753, e secondariamente perché le testimonianze concernenti i pellegrinaggi d'oltre mare, realizzati da devoti friulani, sono estremamente rare.

Tra le due esperienze di viaggio di Carlo Camucio e di Moisé Vita Cafsuto si notano convergenze e differenze. Le tappe del viaggio del gioielliere così come gli itinerari e gli scopi del suo viaggio sono diversi da quelli dell'arcidiacono di Carnia. Entrambi si imbarcano nel porto di Livorno alla volta dell'Egitto, ma mentre Camucio prosegue il viaggio via mare, approdando a Giaffa, da dove raggiungerà la città santa attraverso il classico itinerario che conduce a Rama e successivamente a Gerusalemme, Cafsuto preferisce guadagnare il Cairo per proseguire il viaggio verso la Terra Santa attraverso il deserto, guadagnando come prima tappa la città di Hebron. Diverso sarà anche l'itinerario e le modalità del viaggio per il rientro in Europa, mentre Camucio si imbarcherà a Cipro per far scalo a Marsiglia, Cafsuto preferirà seguire la via terrestre che lo porterà a viaggiare attraverso il Libano, la Siria, la Turchia, i Balcani e l'Austria.

Lo studio di due diari di pellegrinaggio scritti da due autori appartenenti a religioni e condizioni sociali diverse contribuisce a far emergere gli orizzonti mentali dei due protagonisti oltre che il diverso modo di interagire col mondo. Il pellegrinaggio di stampo tradizionale di Carlo Camucio si svolge in un periodo di trasformazione e di significativi mutamenti culturali in un'Europa in cui si cominciano a diffondere lo spirito critico e le idee illuministe, mentre il viaggio di Cafsuto si realizza in uno spazio temporale che si dipana lungo una duplice direttrice, quella tradizionale, conservatrice del ghetto di Firenze, e quella diversa della società di maggioranza. Se la società del Settecento si avvia sulla strada della secolarizzazione e il pellegrinaggio cristiano registra un netto declino, perché considerato una perdita di tempo e di denaro, il mondo ebraico dello stesso periodo si trova ancora stabilmente ancorato alla tradizione e lontano dai pericoli disgreganti dell'assimilazione. Gli Ebrei vivono rinchiusi nei ghetti, ma coltivano durante il secolo dei lumi ancora intensi rapporti con la Terra dei Padri, favoriti anche dalle ondate di fervore messianico che periodicamente si diffondono tra le Comunità della diaspora, spingendo uomini di diversa età e condizione ad abbandonare la casa, la famiglia e gli affetti per motivi di carattere religioso

I due pellegrini seguono itinerari diversi, pregano in luoghi differenti, hanno obiettivi distinti, e percepiscono la realtà in modo diverso. Il pievano Camucio frequenta esclusivamente i Cristiani e avvicina i Greci e gli Armeni solo per farsi mostrare le reliquie in loro possesso, mentre il mercante Cafsuto dimostra maggiore apertura nei confronti degli "altri", descrive i riti dei Samaritani, dei Caraiti, dei Musulmani e frequenta anche i padri del convento di San Salvatore, con i quali intrattiene rapporti cordiali e amichevoli.

I due viaggi in Terra Santa risentono delle diverse appartenenze. Il pellegrinaggio di Carlo Camucio è sostanzialmente concentrato sul raggiungimento dei luoghi santi per ottenerne dei benefici spirituali, per sé e per i suoi fedeli, e si risolve in una permanenza in Terra Santa volta essenzialmente a visitare i luoghi descritti dalle sacre Scritture, il viaggio di Cafsuto invece, concentra in sé diversi obiettivi, spirituali ma anche pratici, anche se il più importante e vero scopo del suo viaggio è la realizzazione del progetto, espresso in un voto nascosto alla moglie, di portare il figlioletto in Terra Santa e offrirlo per così dire in sacrificio a Dio, facendogli intraprendere gli studi rabbinici. Il viaggio che può essere inteso anche come un'aliyyah compiuta dal figlio per conto di tutta la famiglia, sarà però occasione anche per visitare i luoghi santi, le tombe dei rabbini famosi, e per esplorare nuove terre per spirito di curiosità e forse anche per motivi commerciali.

Anche le biografie dei due personaggi, un nobile prelato friulano e un gioielliere ebreo fiorentino, seppur sbilanciate per quanto riguarda la qualità e la quantità delle informazioni raccolte, a causa della difficoltà di reperire materiale documentario sul mercante di preziosi, contribuiscono a delineare le sostanziali differenze fra i due viaggiatori per formazione, provenienza e soprattutto mentalità.

Figlio dei conti Lodovico e Laura di Prampero, Carlo Camucio era nato a Tolmezzo il 20 giugno 1706. Dopo aver probabilmente ricevuto la prima istruzione in casa, con un precettore, perfezionò gli studi a Roma dove per tre anni frequentò l'Archiginnasio della Sapienza. Dopo la morte di Giuseppe Antonini fu nominato pievano di Tolmezzo e Arcidiacono di Carnia, mandato che conservò dal 1744 al 1756. Nel 1750, in occasione del Giubileo, intraprese un pellegrinaggio a Roma, e nel 1752 partì per la Terra Santa, viaggio che lo impegnò per un anno circa. Nel 1756 Carlo Camucio fu nominato vescovo di Capodistria, incarico che mantenne per 20 anni, fu in seguito nominato arcivescovo di Tarso e infine patriarca di Antiochia. Il nobile prelato trascorse gli ultimi anni della sua esistenza a Roma, dove morì nel 1788 e dove il suo corpo venne inumato nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Scarse e incomplete sono invece le notizie sulle vicende biografiche di Moisé Vita Cafsuto, un ebreo di origine portoghese, nato probabilmente nel 1690, di professione mercante di pietre preziose. Cafsuto che abitava insieme alla famiglia nel ghetto di Firenze, era sposato con una certa Rachel Coen del Medico dalla quale aveva avuto un figlio di nome Jacob Efraim. Di temperamento curioso, di mentalità aperta e dotato di una certa cultura aveva conoscenze anche altolocate che gli fornirono supporto durante il suo lungo viaggio durato circa un anno e mezzo, dal 1732 al 1734, che lo portò a visitare molti paesi lungo un itinerario che spaziava dall'Egitto alla Turchia e ai Balcani.

I pellegrinaggi di Camucio e Cafsuto rientrano nella tipologia del viaggio classico, concentrato sull'esperienza religiosa, spirituale, partono entrambi per adempiere un voto, totalizzante nel caso del sacerdote friulano, emissario e rappresentante dell'intera Comunità di Tolmezzo, il quale viaggia per lucrare l'indulgenza plenaria per sé, per i suoi parrocchiani e per i suoi parenti, e non esclusivo invece per il mercante fiorentino che decide di guadagnare la terra ancestrale per offrire simbolicamente il figlio maschio a Dio. Cafsuto infatti osserva lo Shabbat, recita le orazioni, si strappa le vesti a Hebron, offre doni ai poveri, compie l'itinerario classico delle visite in Terra Santa, si reca presso le tombe di profeti, rabbini famosi e santi, e frequenta le Comunità della Palestina, ma non tralascia di osservare la realtà che lo circonda e di entrare in contatto anche con i non Ebrei.

I due pellegrini si distinguono per la qualità dei loro atteggiamenti nei confronti degli ambienti in cui vengono a contatto. Carlo Camucio percorre la Terra Santa senza dimostrare curiosità per ciò che esula dal sacro itinerario, cerca solo ciò che già conosce, e non si lascia attrarre dai paesaggi, dai colori, dai suoni delle diverse lingue e dagli uomini appartenenti a civiltà diverse dalla sua, così come rifugge dalle situazioni non corrispondenti alle sue aspettative, non indugia su percorsi alternativi, ma persiste sulla tradizionale vecchia strada.

Moisè Vita Cafsuto invece, interagisce in maniera più elastica con i nuovi ambienti con i quali viene a contatto, rivelandosi più moderno, e disposto a vivere il proprio pellegrinaggio non solo come occasione di crescita spirituale, ma anche come opportunità per imparare cose nuove ed allargare così i propri orizzonti.

Il pellegrinaggio di Carlo Camucio, religioso profondamente calato nel ruolo di rappresentante dei suoi parrocchiani di Tolmezzo, pur svolgendosi in un'epoca di rinnovamento socio-culturale, si realizza secondo i parametri più tradizionali. Il sacro viaggio ha inizio subito dopo la cerimonia della benedizione del pellegrino e la raccolta delle offerte nel duomo di Tolmezzo e molto probabilmente si conclude in maniera solenne con una messa e una festa a cui partecipano tutti i suoi parrocchiani. Il pievano di Tolmezzo non si concede divagazioni di alcun tipo, non sembra interessato a far la conoscenza dei nuovi popoli con i quali entra in contatto, non è incuriosito dalle altre religioni praticate in Terra Santa e tralascia tutto ciò che non rientra nel suo itinerario di fede. Carlo Camucio non lascia spazio al mondo profano e rimane concentrato nel raggiungimento dei suoi obiettivi spirituali. Il suo viaggio è scandito dalla celebrazione delle messe quotidiane, dalla visita dei santuari e dalla recitazione delle preghiere e si svolge in una dimensione mistica, impermeabile ai richiami e alle sollecitazioni delle vicende terrene.

Il pellegrinaggio di Moisé Vita Cafsuto, uomo di mondo, ma anche ebreo osservante risente invece delle sue diverse appartenenze, quella mondana e quella religiosa. Cafsuto santifica il Sabato, visita le tombe dei rabbini famosi, piange e si lacera le vesti a Hebron, ma incarna al tempo stesso anche le caratteristiche dell'uomo perfettamente calato nel presente, curioso, ricettivo, partecipe di tutto ciò che lo circonda e con i sensi in costante sintonia con il flusso della vita.



Carlo Camucio e Tolmezzo

Nella nativa Tolmezzo sono tuttora visibili tracce di Carlo Camucio, allontanatosi presto dalla famiglia di origine per seguire i propri studi e la carriera ecclesiastica che lo vide reggere la diocesi di Capodistria e successivamente svolgere altri incarichi a Roma, in veste di arcivescovo di Tarso e poi di patriarca di Antiochia. Buona parte della sua esistenza si svolse lontano dal luogo natale, soprattutto in tarda età, tuttavia la lontananza fisica non gli impedì di mantenere stretti contatti con la terra d'origine, a cui donò un prezioso reliquiario in rame e argento dorato a forma d'albero, dei paramenti sacri e anche un suo ritratto, fatto eseguire probabilmente a Roma negli anni del ritiro, e attualmente conservato nella sacrestia del duomo di Tolmezzo. L'attaccamento di Carlo Camucio nei confronti della città natale si era manifestato anche molti anni prima della vecchiaia, quando, in veste di pievano di Tolmezzo e arcidiacono di Carnia si era fatto carico insieme ai suoi congiunti delle spese per la costruzione e l'abbellimento della cappella di famiglia (l'attuale altare di San Pietro), acquistata dagli avi nel 1669. I Camucio non erano una famiglia autoctona di Tolmezzo. Bartolomeo, capostipite del ceppo che poi diede origine alla casata friulana si era infatti trasferito verso la fine del Cinquecento da Lugano a Venezia, e successivamente in Carnia. Qui, grazie alle sue doti imprenditoriali e al matrimonio con Camilla Pianese, appartenente a una delle famiglie più in vista di Tolmezzo, aveva ottenuto nel 1614 il titolo di gastaldo di Carnia, divenendo perciò la massima autorità locale. Successivamente, nel 1647, i Camucio acquisirono, in cambio di denaro, il titolo comitale della repubblica di Venezia, ponendo così le basi per la loro ascesa sociale. Figlio dei conti Lodovico Andrea e Laura di Prampero, Carlo Pietro Camucio nacque a Tolmezzo il 20 giugno 1706. Dopo aver ricevuto probabilmente la prima educazione in casa, con un precettore, proseguì gli studi a Roma, presso l'Archiginnasio della Sapienza, dove si addottorò nel 1726. Nel 1744, dopo la morte di Giuseppe Antonimi, fu eletto pievano di Tolmezzo e arcidiacono di Carnia, titolo che conservò fino al 1756. Fu in seguito nominato vescovo di Capodistria, incarico che conservò per una ventina d'anni e che abbandonò dopo aver rassegnato le dimissioni per motivi di età. Nominato prima arcivescovo di Tarso e poi patriarca di Antiochia, trascorse gli ultimi anni della sua vita a Roma, dove morì il 6 ottobre 1788. Le sue spoglie furono inumate nella basilica di San Giovanni in Laterano, nella cappella di San Giovanni Nepomuceno.

L'amore e l'attaccamento di Carlo Camucio per la propria terra, così come le sue doti di serietà, coraggio e senso del sacrificio si erano resi particolarmente evidenti negli anni del suo impegno come pievano di Tolmezzo, quando nell'arco di poco tempo aveva compiuto due dei pellegrinaggi "maggiori", a Roma e a Gerusalemme, in veste di rappresentante di un'intera comunità religiosa non circoscritta alla sola città natale, ma allargata a tutta la terra di Carnia. In occasione del Giubileo del 1750, in risposta all'invito di papa Benedetto XIV che con la bolla di indizione Peregrinantes a Domino aveva espressamente chiamato tutti i fedeli a compiere il sacro viaggio, Carlo Camucio era partito a piedi da Tolmezzo, nonostante il suo cagionevole stato di salute, per percorrere un itinerario complessivo di 320 miglia in compagnia di un sacerdote e di un servitore, con l'intenzione di raggiungere la città eterna per ottenere dei benefici spirituali per sé e per i suoi parrocchiani e per "dare l'esempio di fare lo stesso ai popoli del suo Arcidiaconato". L'impegno e la tensione spirituale che guidavano Carlo Camucio si lasciano percepire anche dalla volontà di compiere, due anni più tardi, il più difficile e oneroso viaggio d'oltre mare, che lo tenne lontano da casa per circa un anno, e che l'arcidiacono volle ricordare anche nel suo testamento, lasciando alla sacrestia e al monastero di Santa Croce in Gerusalemme di Roma un legato con obbligo di celebrare una messa ogni anno il 12 novembre, a memoria del suo arrivo nella città santa. Il pellegrinaggio in Terra Santa di Camucio, impegno fisico ma soprattutto spirituale, realizzato fra il 1752 e il 1753, fu un vero e proprio viaggio dell'anima in continuo e stretto contatto con il divino attraverso la celebrazione delle messe quotidiane, la visita dei luoghi sacri, la ricerca delle reliquie e il rapporto con la memoria di molte persone per le quali celebrò la messa durante tutto il "sacro" itinerario. Fu un'esperienza più collettiva che individuale, in quanto l'arcidiacono portava con sé anche il desiderio dei benefici spirituali di tutti coloro che gli avevano affidato le loro elemosine e che gli avevano richiesto di far celebrare qualche messa in loro nome. Il pellegrinaggio in Terra Santa, infatti, non si limitava mai ad essere un'esclusiva esperienza individuale, ma era vissuto piuttosto come un avvenimento collettivo, allargato anche alla Comunità di appartenenza che beneficiava direttamente o indirettamente del lustro di avere al suo interno un "palmiere".




Per la cruna del mondo : Carlo Camucio e Moise Vita Cafsuto, due pellegrini nella Terra Santa del Settecento / Adonella Cedarmas. - Milano : F. Angeli ; Udine : Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli, 2006. - 390 p. ; 23 cm - Temi di storia ; 77. - ISBN - 88-464-7396-5





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