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Il libro sull'obituario del paese
Alla scoperta del Medioevo tricesimano
Per obituario s'intende un libro manoscritto comparso nel Medioevo, dapprima nelle chiese cattedrali e, quindi, in quelle plebanali e parrocchiali, in cui veniva predisposto un calendario, simile a quello delle moderne agende, dove i canonici o i sacerdoti annotavano i nomi dei defunti da commemorare durante la messa, indicando anche i beni e le somme di denaro lasciati ai celebranti o alla chiesa per le funzioni (anniversari e vigilie) o per la distribuzione di elemosine.
Negli obituari di area friulana, fra le solite scritture necrologiche erano menzionate notizie di ogni genere; inoltre, generalmente in calce al calendario, erano aggiunti elenchi di lasciti, liste di acquisti, note di redditi e proventi che interessavano la gestione patrimoniale della chiesa. Siffatti codici sono chiamati catapani e costituiscono un insieme piuttosto omogeneo, sia dal punto di vista formale sia per la curiosa denominazione, che non trova riscontri nel panorama delle cosiddette testimonianze della tradizione commemorativa italiana.
Solo alcuni di questi libri sono giunti fino a noi, scampando alle distruzioni e alle dispersioni. Fra i superstiti, il Catapan di Tricesimo, di 237 fogli, pur avendo poco meno di cinquecento anni, si presenta ancor oggi in buono stato di conservazione ed è ritenuto uno dei documenti più importanti tramandatici dalla chiesa locale: uno straordinario contenitore di informazioni relative agli usi religiosi della pieve, al culto dei morti e dei santi; una miniera di nomi di persona e di luogo. Esso è espressione, nello stesso tempo, della memoria e dell'identità della comunità che l'ha prodotto e, più in generale, della spiritualità popolare e della liturgia cristiana medioevale. Di questo codice sono stati trascritti integralmente i 182 fogli che costituiscono l'obituario-calendario, da cui deriva, come abbiamo visto, l'intitolazione del volume che ne contiene la descrizione, l'edizione e alcune considerazioni metodologiche per lo studio delle scritture, che coprono un arco di tempo compreso fra il 1277 e il 1560. L'indagine, dunque, è concentrata prevalentemente sulla natura delle note obituarie - obiti e legati - in particolare sui numerosi stralci di testamenti - ben 345 - che contengono la volontà dei trapassati di onorare la propria memoria con una determinata funzione liturgica, a volte accompagnata da un servizio caritativo. Alla commemorazione dei defunti, infatti, erano spesso legati specifici servizi sociali, come il soccorso e il nutrimento dei poveri, che non erano prerogativa esclusiva delle istituzioni religiose ed assistenziali, ma anche di ciascun membro della comunità, di ogni persona capace di aiutare. Prendiamo, ad esempio, il lascito di un certo Cipriano del fu Pellegrino da Tricesimo, il quale ordinava agli eredi di elargire pane e frumento nella sua casa il quarto giorno dopo la festa di san Martino, secondo una tradizione tramandatagli dai suoi antenati, oppure quello di Simone, che lasciava la disponibilità di tre letti, incaricando la confraternita di offrirli ai più bisognosi. Sul finire del XIV secolo e nei primi decenni del '400, allorché cominciavano ad infittirsi i lasciti e le fondazioni di messa, a Tricesimo e nei passi vicini si moltiplicavano le distribuzioni di cibo e di vino, organizzate secondo il calendario delle maggiori feste del piviere, destinate prevalentemente ai compaesani che partecipavano alle celebrazioni. Tale orientamento rivela che questa gente scorgeva la possibilità di compiere il proprio cammino verso la salvezza eterna tramite le opere di misericordia, gli atti di devozione, le preghiere dei vivi e dei santi, secondo la logica del purgatorio. Il miglior modo per assicurarsi, da morti, le preghiere dei santi era disporre una messa o un pasto nel giorno della loro festa o, magari, imporre ai nuovi nati il loro nome, inseguendo la speranza che il nome fosse essenziale per questa intercessione salvifica. La statistica onomastica del tricesimano, raccolta nelle ultime pagine del saggio in questione, ha dimostrato, appunto, la consuetudine di imporre nomi di santi, in particolare quelli appartenuti ai santi della più antica tradizione cristiana per gli uomini - i più amati erano Giovanni, Nicolò e Giacomo - alle vergini e martiri per le donne - i più scelti erano Domenica, Caterina, Giuliana e Margherita - confermando la tendenza, diffusa in Europa a partire dall'alto Medioevo, a concentrare le preferenze intorno ad un gruppo ristretto di denominazioni. Tuttavia sono ben rappresentate anche altre forme onomastiche, tanto è vero che si contano ben 444 varietà di nomi propri maschili e 217 femminili. Un cenno, infine, merita l'indice, nel quale è possibile ritrovare tutti i nomi degli uomini e delle donne iscritti nel Catapan, i nomi di luogo, le feste e i santi registrati nel calendario, in modo da fornire uno strumento valido a quanti vorranno utilizzare l'obituario di Tricesimo come punto di partenza per ulteriori ricerche.
Manuela Beltramini
Fonte: "La Vita Cattolica", 4 settembre 2004.