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Mons. Corgnali: "È un esempio e sprone per le comunità a conservare meglio il patrimonio archivistico"

Pubblicato in mille copie nella collana di fonti per lo studio della storia della Chiesa in Friuli dall'Istituto "Pio Paschini", il volume del Catapan di Rizzolo è stato prefato dal presidente del Paschini, mons. Duilio Corgnali.
Pubblichiamo un breve stralcio della sua introduzione:
Il Catapan è una sorta di "obituario" o "necrologio", in cui vengono annotati, seguendo l'ordine dell'anno liturgico, i nomi di benefattori o confratelli defunti di un'istituzione religiosa (parrocchia o monastero o capitolo di canonici o altro) da ricordare nel corso delle celebrazioni liturgiche, in particolare nella messa, con relativi obblighi di elemosine nel nome e per conto degli stessi defunti. Non c'è ancora accordo sull'origine del termine "catapan". C'è chi lo fa derivare dal greco "katà pànta" (in tutto o di tutto, Giuseppe Vale) oppure, come Cesare Scalon, da "accattapane o accattatozzi, pezzente che accattando tozzi di pane per limosina" (dal Dizionario veneto del Boerio). Dunque, un'origine popolare per dire libro o registro delle elemosine e dei lasciti. In Friuli quest'uso era molto diffuso nell'età di mezzo, al punto da far auspicare allo studioso Guglielmo Biasutti "un accurato inventario" di tutti i catapani del Friuli, anche di quelli perduti.Tale interesse ha molteplici risvolti; storico, sociale, economico, culturale, liturgico. I catapani, infatti, possono essere considerati scrigni di microstoria,dove aspetti linguistici, il latino medievale contaminato dal volgare, s'intrecciano con la topomastica e l'antroponimia, i nomi dei luoghi insieme a nomi e soprannomi di persona. C'è chi ha già messo in evidenza la preziosità di questa testimonianza di contaminazione lessicale tra la scrittura latineggiante, più che latina, e il volgare, la lingua parlata e compresa dalla gente. Una "rusticità" che non va confusa con "incultura" di chi scrive, ma con la necessità di adattare lo scritto con il linguaggio parlato e compreso dai testatori e dai testimoni e dalle parti in causa. Dunque, il catapàn anche come prezioso lacerto del friulano delle origini. C'è di più nel Catapan. Gian Paolo Gri sottolinea una funzione antropologica importante di questi registri, quella di cucire il legame tra i vivi e i defunti, quella di evidenziare un intreccio di relazione essenziali per l'autoidentificazione di una comunità, di una famiglia ma anche dei singoli. Dunque il catapan come strumento fondamentale di memoria collettiva o comunitaria, dell'identità paesana e anche personale. Come anche disvelamento di un universo culturale, dove i defunti non vengono irrevocabilmente congedati dalla vita, ma restano titolari dei diritti e di doveri, a tal punto presenti da "pesare" sui vivi. E allora il catapàn diventa un prezioso testimone di quel particolare ordine sociale e spaziale che veniva garantito dalla verticalità generazionale.Il Catapan si presenta al fine come imprescindibile anello documentario dell'identità culturale di tutto un popolo, una spia straordinaria di tutti quegli elementi che vanno a comporre il suo orizzonte di autocomprensione.Lo studio di Gabriele Ribis va apprezzato proprio per questo recupero ragguardevole di memoria storico-antropologica.
Esso può ben inscriversi nel più ampio lavoro organico di inventariazione degli archivi parrocchiali, promosso e diretto dall'Istituto Pio Paschini di Udine, con il quale molti giovani ricercatori friulani collaborano.
Esso è anche un esempio e uno sprone per la nostra comunità, a meglio conservare il patrimonio archivistico e documentario, per meglio considerare e valorizza Duilio Corgnali

Fonte: "La Vita Cattolica", 9 marzo 2002