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Pubblicato il Catapàn della parrocchia di S. Lorenzo di Sedegliano
Quando i morti pesano sui vivi



Il 14 febbraio si registra il lascito di Giuseppe figlio di Bertrando Rizato a favore della chiesa di s. Lorenzo di detta villa: tre pesinali di frumento e ciò sulla porzione di sedìme da lui acquistato dal fratello Andrea e posta nel bearzo di suo fratello Biagio, con l'onere per i camerari della stessa chiesa di far celebrare ogni anno due messe per l'anima sua nel giorno di s. Matteo, dando ai celebranti 8 soldi per messa e il pranzo. Così annotava il pubblico notaio di Gradisca Giovanni Mezzavilla.
E' una delle tante annotazioni che si trovano mese dopo mese, in scrittura latina altomedievale (scripta latina rustica), nel Catapàn della parrocchia di san Lorenzo di Sedegliano, datato ai primi decenni del Quattrocento, recentemente trascritto e tradotto da Enrica Capitanio, e pubblicato a cura del Comune di Sedegliano. Cesare Scalon sottolinea che si tratta di una delle fonti documentarie più interessanti e più antiche del comune di Sedegliano. Il Catapàn è una sorta di "obituario" o "necrologio", un'agenda in cui vengono annotati, seguendo l'ordine dell'anno liturgico, i nomi di benefattori o confratelli defunti di un'istituzione religiosa (parrocchia o monastero o capitolo di canonici o altro) da ricordare nel corso delle celebrazioni liturgiche, in particolare nella messa, con relativi obblighi di elemosine nel nome e per conto degli stessi defunti. Non c'è ancora accordo sull'origine del termine catapàn. C'è chi lo fa derivare dal greco "katà pànta" (in tutto o di tutto, Vale) oppure, come Scalon, da "accattapane o accattatozzi", pezzente che va accattando tozzi di pane per limosina (dal Dizionario veneto del Boerio). Dunque, un'origine popolare per dire libro o registro delle elemosine e dei lasciti. In Friuli quest'uso era molto diffuso nell'età di mezzo, al punto da far auspicare allo studioso Guglielmo Biasutti "un accurato inventario" di tutti i catapani del Friuli, anche di quelli perduti. Tale interesse ha molteplici risvolti: storico, sociale, economico, culturale, liturgico. I catapani, infatti, possono essere considerati scrigni di microstoria, dove aspetti linguistici, il latino medievale contaminato dal volgare, s'intrecciano con la toponomastica e l'antroponimia, i nomi dei luoghi insieme a nomi e soprannomi di persona. Nella presentazione del Catapàn di San Lorenzo Federico Vicario mette bene in evidenza la preziosità di questa testimonianza di una contaminazione lessicale tra la scrittura latineggiante più che latina e il volgare, la lingua parlata e compresa dalla gente. Una "rusticità" che non va confusa con "incultura" di chi scrive, ma con la necessità di adattare lo scritto al linguaggio parlato e compreso dei testatori o dei testimoni o delle parti in causa. Dunque, il catapàn anche come prezioso lacerto del friulano delle origini. Nella nota del 14 febbraio si hanno alcuni esempi: sedìm, fondo rustico annesso alla casa; "bearz", terreno chiuso e attiguo alla casa.
C'è di più nel Catapàn. Gian Paolo Gri sottolinea appunto una funzione antropologica importante di questi registri, quella di cucire il legame tra i vivi e i defunti, quella di evidenziare un intreccio di relazioni essenziali per l'autoidentificazione di una comunità, di una famiglia ma anche dei singoli. Dunque il catapàn come strumento fondamentale di memoria collettiva o comunitaria, dell'identità paesana e anche personale. Come anche disvelamento di un universo culturale, dove i defunti non vengono irrevocabilmente congedati dalla vita, ma restano titolari d Duilio Corgnali

Il Catapàn di San Lorenzo di Sedegliano, a cura di Enrica Capitanio, edizione del Comune di Sedegliano, pp. 127.

Fonte: "La Vita Cattolica", 15 settembre 2001.