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Pellegrini nel 1700
I viaggi in Terra Santa nel recente volume di Adonella Cedarmas

Nel 1964 Eugenio Montale accompagnava, da «inviato speciale», papa Paolo VI nel corso di un celebre pellegrinaggio in Terra Santa.
Il viaggio a Gerusalemme, ebbe a scrivere nell'occasione, sarà utile soprattutto ai «cristiani di scarsa fede», «perché solo un cieco e un sordo potrebbero negare che qui qualcosa è accaduto, qualcosa di molto più importante della scoperta dell'America e della dichiarazione dei diritti dell'uomo». Suggestiva lettura quella del poeta, che ci aiuta ad intuire perché Gerusalemme, vera e propria «cruna del mondo», fulcro reale ma anche simbolico delle tre grandi «religioni del Libro», sia da sempre in grado di attrarre visitatori e pellegrini: di attirare a sé, in un percorso di fascino, intensa emotività e tensione religiosa, una miriade di persone che provengono da ogni landa.




Del tema del pellegrinaggio in Terra Santa si occupa una recente pubblicazione curata dall'Istituto Pio Paschini ed edita da Franco Angeli, prestigioso editore milanese. Ne è autrice Adonella Cedarmas, giovane ricercatrice dell'Università di Udine. Il titolo della monografia è appunto «Per la cruna del mondo». Ma è sul sottotitolo che merita soffermarsi: «Carlo Camucio e Moisé Vita Cafsuto, due pellegrini nella Terra Santa del Settecento». Se, infatti, la bibliografia del pellegrinaggio in Terra Santa è piuttosto ricca per quanto concerne il Medioevo e la prima Età moderna, è proprio per la seconda fase di quest'ultima, ed in particolare per il secolo diciottesimo, che si rivela lacunosa. Ecco allora venirci in aiuto due interessanti memoriali: quello del pievano di Tolmezzo e arcidiacono di Carnia, Carlo Camucio, che narra del suo avventuroso pellegrinaggio compiuto tra il 1752 e il 1753, e quello del gioielliere ebreo fiorentino Moisé Vita Cafsuto, che, tra mille peripezie, realizzò il suo viaggio di fede e di scoperta tra il 1733 e il 1735: del compito di rileggerli, inserirli in un opportuno contesto e metterli in parallelo si occupa appunto la ricercatrice friulana.
«Per molti secoli - scrive la Cedarmas - dalla distruzione del secondo tempio di Gerusalemme, la Terra Santa è stata la meta di pellegrinaggi compiuti sia da cristiani che da ebrei, i quali hanno affrontato il lungo e pericoloso viaggio spinti da motivazioni diverse, i primi per visitare i luoghi descritti dai Vangeli, e i secondi per ristabilire un contatto con la Terra dei Padri, nonostante la secolare dispersione nei Paesi della diaspora». Percorso comune ma compiuto con significati parzialmente differenti: se infatti per i cristiani il pellegrinaggio è prima di tutto un rito devozionale e penitenziale, quasi una tecnica di espiazione, per gli ebrei l''aliyyah è sostanzialmente un rito di riconoscimento dell'identità ebraica, una sorta di bagno alla sorgente da cui ha origine il ceppo. Eppure, in entrambi i casi, è fatto salvo il senso autentico del «viaggio», che impone «l'attraversamento di uno spazio geografico per raggiungere la sfera del sacro», implicando «un progressivo distacco dalla dimensione del quotidiano, in vista dell'incontro con il divino».
Ciò che si apprezza di più in questo volume non è solo l'accuratezza dell'indagine storica o la capacità di ridare vita a testimonianze pregevoli del passato, quanto soprattutto la sensibilità culturale di riuscire a mettere in parallelo con risultati egregi due esperienze di fede che risultano distanti solo ad uno sguardo miope, ma che trovano piena sintonia nella ricerca di una dimensione sacrale dell'esistenza, realizzata peraltro attraverso un viaggio del tutto terreno.

Luca De Clara

Fonte: "La Vita Cattolica", 23 giugno 2006.