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Pubblicati a cura dell’Istituto Pio Paschini gli atti del convegno del ’99
L’eredità dei benedettini
Il ruolo del monachesimo nella vita sociale, politica, religiosa e culturale del friuli

Scorrendo il repertorio di Pietro Zovatto su "Il monachesimo benedettino del Friuli", pubblicato nel 1977, si resta impressionati dalla quantità di istituzioni monastiche benedettine presenti sul territorio friulano in età medievale, specie se confrontata con l’assenza attuale di ogni forma di vita religiosa improntata alla regola di S. Benedetto: abbazie abitate da una comunità, priorati officiati da monaci della casa madre, chiese sulle quali i monasteri esercitavano una giurisdizione del genere più diverso.

In ogni caso tracce della presenza benedettina riemergono non solo dai documenti conservati negli archivi o dalle pagine dei codici provenienti dagli antichi fondi librari, ma si impongono anche allo sguardo del turista di passaggio che, percorrendo le grandi vie di comunicazione o le strade meno affollate della regione, si imbatte nei complessi abbaziali di Moggio, Rosazzo, Sesto al Reghena.



Il convegno organizzato dall’Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli e dal Dipartimento di scienze storiche e documentarie dell’Università degli Studi di Udine, in collaborazione con la Fondazione Abbazia di Rosazzo, di cui sono stati ora pubblicati gli atti, si è proposto di ricostruire un momento della nostra storia da cui emerge con prepotenza il ruolo svolto dai benedettini nella vita sociale, politica, religiosa e culturale del Friuli in età patriarcale. Il periodo individuato si identifica, non a caso, con i secoli di uno stato patriarcale autonomo, cioè con quelli del principato ecclesiastico retto dai vescovi di Aquileia fino alla sua caduta ad opera dei veneziani (1077-1420). Il ruolo svolto dai benedettini all’interno di un’istituzione al tempo stesso civile ed ecclesiastica appare subito di grande rilevanza: Ulrico, fratello dei duchi di Carinzia e patriarca dal 1086 al 1121, prima di prendere possesso della sede aquileiese era stato abate di San Gallo in Svizzera; uno dei suoi successori, Goffredo (11831194), appartenente a una famiglia dell’alta nobiltà sveva, è ricordato quale abate del monastero di Sesto al Reghena. Gli altri patriarchi sono tutti legati in vario modo alle fondazioni benedettine, i cui abati appartengono sempre alla stretta cerchia dei consiglieri del principe ed entreranno a far parte, come membri di diritto, del parlamento della Patria del Friuli. Paurose, proveniente dal casato degli Otakar di Stiria, nel 1028 riscattò l’abbazia paterna di Ossiach in Austria mettendola alle dirette dipendenze del patriarca di Aquileia. Il bavarese Sigeardo, considerato il fondatore dello stato friulano, restaurò e consacrò nel 1072 l’abbazia di Michaelbeuern, a nord di Salisburgo, che divenne il monastero della sua famiglia; la sorella Friderunda fu eletta, per volontà del patriarca, badessa del monastero di S. Maria di Aquileia. Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti tuttavia a evidenziare il ruolo significativo svolto dai benedettini sul piano politico-ecclesiastico-istituzionale dello stato.I nomi dei patriarchi, l’origine delle loro famiglie (almeno fino alla metà del XIII secolo), le località appena menzionate mettono in luce un altro aspetto non meno rilevante per la storia friulana, quello cioè di una stretta connessione delle abbazie friulane con i monasteri dell’area tedesca e slovena al di là delle Alpi. Si tratta di una fitta rete di rapporti che hanno delle conseguenze rilevanti anche in campo sociale, religioso e culturale. Non si può Cesare Scalon.

Fonte: "La Vita Cattolica", 24 agosto 2002.